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Angelo Scelzo

Quando le opere si costruiscono con i mattoni concreti della carità

01/02/2018

Il Duemila ha appena compiuto i diciotto anni, e di fronte a un secolo che diventa maggiorenne, può prendere la mano la filosofia spiccia del tempo che passa in fretta, delle stagioni che volano, addirittura delle epoche che passano sotto i nostri occhi, quasi senza che ce ne accorgiamo. La sensazione di vivere con il piede sempre premuto sull’acceleratore è, ad ogni modo, reale. E con il tempo, intorno alla nostra vita sembra essersi ristretto anche lo spazio. Il mondo come villaggio globale non rappresenta più solo una felice immagine di Mc Luhan, grande teorico della comunicazione, quanto piuttosto la foto dal vivo di una realtà richiamata nei suoi argini, adattata alle nostre visioni e alle nostre dimensioni. 

La rivoluzione informatica, attraverso l’infinito groviglio di reti, ha di fatto affiancato alla vita reale, una forma di virtualità che finisce per non essere più tale e avere invece un proprio peso e un proprio spessore. È un po’ come camminare con un’ombra sempre appiccicata, e senza bisogno che la luce o il sole la proietti accanto ai nostri passi. Siamo affiancati da una sorta di vita parallela che fa valere peraltro la sua invadenza e reclama i suoi diritti. È una sensazione nuova, un po’ l’esclusiva riservata all’umanità del terzo millennio. Non a caso è mutato per tutti noi anche il normale “equipaggiamento” della vita quotidiana, imbottiti come siamo – per strada e non solo tra le mura delle nostre case sempre più tecnologiche – di smartphone e dispositivi di ogni genere. Il contatto è diventato connessione: siamo diventati un po’ “dispositivi” anche noi; ed è proprio questo il salto che comincia a spaventarci. Può trattarsi infatti di un salto al buio, se illudendoci di volare con le ali di Icaro delle nostre conquiste tecnologiche, riduciamo la nostra quota di umanità, cerchiamo investimenti più comodi e meno impegnativi perfino nel campo dei rapporti con il prossimo. 

È forse necessario ripristinare un nuovo equilibrio anche e soprattutto su questo fronte, senza nascondersi le forti insidie che lo attraversano. È significativo che Papa Francesco abbia pensato proprio a un pericolo del genere, dedicando il messaggio dell’annuale Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, alle fake-news del web. Un’informazione non fedele e veritiera non è in realtà una prerogativa della rete: le notizie false sono sempre esistite. Ma ad esse, ora, la rete stende tappeti e mette le ali ai piedi. È l’ambiente ideale per la propalazione e la propagazione allo stesso tempo. Ma proporzionali sono anche i danni che riesce a compiere. Le fake-news attentano alla verità, e contemporaneamente stravolgono, affossano il valore della relazione, ossia dell’elemento di “riscatto” della rete. Senza relazione, infatti, la rete è una realtà senz’anima. 

«Liberazione dalla falsità e ricerca della relazione: ecco i due ingredienti – afferma il Papa nel Messaggio – che non possono mancare perché le nostre parole e i nostri gesti siano veri, autentici, affidabili».  

È un discorso che naturalmente non riguarda solo il campo giornalistico, al quale il messaggio di Francesco era diretto. La verità è molto più che il contrario di una fake-news, così come la relazione non è l’altra faccia di una virtualità fine a se stessa. La relazione è tale quando mette in gioco valori concreti, entra nel vivo, comunica, crea, si spende. Ogni relazione ha sempre di fronte a sé un altro. È questa la grande differenza che la separa dalla semplice virtualità e dal rischio del falso e del non vero. 

Quando è non solo vera, ma anche orientata a una Verità fatta persona, la relazione è carità che produce opere. Anche nel momento in cui il secolo diventa maggiorenne, viene in mente Pompei, l’Opera della relazione di carità e di amore di un laico, innamorato di Maria. Nelle pagine che seguono, da fronti diversi – l’assistenza a chi è nel bisogno, la cura per l’istruzione, la formazione, fino all’avviamento al lavoro – la carità continua a ergersi a protagonista della vita e delle opere della Pompei del terzo millennio. Anche qui il tempo non si è fermato. Ma non ha smarrito il suo tratto speciale: continua a inchinarsi alla carità.

(Rnp n. 1 gennaio-febbraio 2018)