Il presepe nei Santuari “l’altare” aggiunto che rende vivo il Mistero dell’incarnazione
Detto alla buona, Papa Francesco ha compiuto un’altra scorribanda nel campo delle meraviglie, quel luogo spesso inesplorato che può essere sotto gli occhi di tutti ma senza che nessuno se ne accorga. Prendete il presepe. Cos’altro, in tempo di Natale, può esserci di più naturale del presepe?
Arte e tradizione fanno a gara per tramandarlo di generazione in generazione, aggiungendo ogni volta qualche tocco di (non sempre appropriata) attualità. È il dazio che la rappresentazione della Natività di Betlemme paga a una modernità troppo abituata a rapportare tutto a sé, fino al punto, talvolta, di stravolgere messaggio.
Ma stavolta soprattutto l’arte va messa da parte. L’ha messa da parte, almeno nel senso corrente, proprio Francesco il quale più che parlare del presepe ha deciso che fosse finalmente il presepe a parlare: ritenendo ovviamente che abbia molto da dire. Altroché, verrebbe da aggiungere se, nella lettera – Admirabile signum – firmata a Greccio, nel luogo stesso in cui il presepe è nato dalla fantasia e dalla fede di San Francesco – il Papa afferma che «rappresentare l’evento della nascita di Gesù, equivale ad annunciare il Mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio, con semplicità e gioia».
Il valore che il Papa assegna al presepe si spinge ben oltre il dato estetico e la forza espressiva di un’immagine che, da secoli è insieme caposaldo di fede e di cultura. Francesco parla del presepe come delle pagine aperte di un Vangelo che si lascia sfogliare dal vivo e che svela non solo significati, ma evoca ambienti, ricostruisce storie, offre il filo del racconto della più straordinaria tra tutte le vicende di cui è stata testimone la terra: l’Incarnazione, il Dio fatto uomo.
Non è certo una riscoperta quella del Papa, perché il presepe resta tra gli elementi più vivi della tradizione popolare, non solo cristiana. Ma la rappresentazione della natività, che pure ha ispirato per secoli la fantasia di artisti e di valenti artigiani (come pure di tanti semplici appassionati di gran talento) può venire oggi in aiuto per creare un nuovo e più eloquente alfabeto dei segni nel campo di un’evangelizzazione alla ricerca di altre strade nell’era della rivoluzione digitale.
In un certo senso il presepe, nella visione offerta da Papa Francesco, viene a indicare come può essere fecondo non solo e non tanto uno sguardo al passato, ma una piena riconversione al presente (e al futuro) di quegli elementi di essenzialità che rappresenta.
Il presepe è come una preghiera dell’iniziazione cristiana, uno dei primi elementi dell’apprendimento di fede che, non a caso, trova nei Santuari una “stazione” privilegiata. Esiste alla base, il comun denominatore di una fede e di una religiosità popolare che in maniera umile non si sottrae alla sfida di tempi e di linguaggi nuovi. Non si tratta di una sfida contro, ma di una “sfida per”, di un valore aggiunto che diventa tanto più prezioso quanto più prende coscienza del proprio ruolo.
Non è senza significato che, come è facile accorgersi a partire da Pompei, i santuari siano anche i luoghi privilegiati dove l’arte presepiale diventa qualcosa in più di una semplice rappresentazione scenica. Nella Admirabile signum, il Papa ha definito il presepe «una genuina forma per riproporre la bellezza della nostra fede con semplicità».
Il valore di una fede semplice è anche ciò che distingue la spiritualità dei santuari. Nel tempo del Natale più che un addobbo i presepi, tanto più nei santuari e tanto più a Pompei, dove sorgono a ogni angolo, e dove è in mostra una delle collezioni più ricche, sono come un “altare” aggiunto che evoca e rende vivo il Mistero dell’Incarnazione.
È il linguaggio delle fede semplice e della tenerezza che il presepe non solo rappresenta, ma evoca in ogni sua anche minima ricostruzione. È in fondo l’amore e la solidarietà verso il prossimo, il tema immodificabile di ogni vera rappresentazione. Un tema che basta da solo a mettere fuori gioco ogni tentativo di manipolazione e di strumentalizzazione. Anche il presepe, nell’era della globalizzazione, arriva a subirne. Ma in questo caso è ancora peggio che guardare al dito e non alla luna. O meglio al cielo stellato scrutato da Magi e da pastori, che è il tetto di ogni presepe.
(Rnp n. 6 novembre-dicembre 2019)