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Angelo Scelzo

CIBIN, IL COMMENDATORE CHE NON INDOSSO’ MAI UN CAPPOTTO

27/10/2009

Angelo Scelzo

Anno Santo del Duemila, piazza San Pietro.Una delle <Giornate> giubilari è dedicata al cinquantesimo anniversario del dogma dell’Assunta. Sul sagrato, come a ogni vigilia, le prove dei cerimonieri pontifici e tutti gli altri preparativi per la cerimonia del giorno dopo. Il piccolo gruppo che si forma è quello che si potrebbe definire degli <addetti ai lavori>. Tra loro anche un signore alto e robusto, coi capelli già innevati, quasi unico indizio di un’età- certo – non più verde, ma difficile da inquadrare tra un <anta> e l’altro. Nessun dubbio che si trattasse del <commendatore>: nel piccolo-grande mondo vaticano non c’è mai stato bisogno d’altro per identificare Camillo Cibin, e quella sua presenza era del resto abituale, perché non poteva esserci evento per il quale lui non s’affacciasse a vedere come procedevano le cose. Anche quella volta, un breve saluto, poco più di un cenno, ma con l’aggiunta di una frase, pronunciata anch’essa di sfuggita, come una consegna lasciata sul posto: <Io c’ero>.

Sì, lui era lì, allo stesso posto, cinquant’anni prima nel giorno in cui Pio XII – il primo novembre del ’50 – proclamava il dogma dell’Assunzione di Maria.

Era un giovane gendarme che, andando avanti, avrebbe cambiato poco, a dispetto degli anni e della carriera, quei due termini – giovane e gendarme – davanti ai quali anche il tempo arrivava forse a provare una qualche forma di soggezione.

Se il trascorrere degli anni riusciva a lasciare solo labili segni nel fisico ben piantato del poliziotto arrivato dal Veneto, ancor meno i gradi guadagnati via via sul campo potevano arrivare a scalfire quell’immagine di <soldato dell’essenziale> che è stato, da sempre, il tratto distintivo del <commendatore>.

Comandante, del resto, lo è diventato senza quasi mai indossare una divisa d’ordinanza, che non fosse quella – abito scuro, camicia bianca, cravatta in tono – sulla quale mai, come per timore di una profanazione, si è poggiato un soprabito. Non aveva niente contro il cappotto, ma a chi glielo faceva notare – magari sotto i fiocchi di neve, a un capo o all’altro del mondo-  rispondeva che gli impicciava i movimenti, e tanto bastava per farne a meno.

Di uniformi, in realtà, non ha avuto bisogno: sapeva di poter mostrare una divisa fatta d’altro, in cui spiccava il lustro di una fedeltà a tutta prova, di una discrezione assoluta e perfino proverbiale, di una dedizione mai appannata dall’ombra di un risparmio. E a tutto questo aggiungeva un’umiltà innata che, paradossalmente, traspariva da quel trovarsi spesso in prima fila e dare visibilmente a vedere di sentirsi più a suo agio dietro le quinte. Al servizio di sei pontefici, e particolarmente con Papa Wojtyla, gli è toccato di girare il mondo, ma il suo <universo> era racchiuso in quel piccolo spazio dai grandi orizzonti, che è lo Stato della Città del Vaticano: lo percorreva, o meglio, lo perlustrava ogni giorno col suo passo svelto o alla guida della sua <500> azzurrina, tanto carica di anni da arrancare perfino alla breve salita dei giardini.

Aveva un suo segreto questo comandante un po’ speciale, al quale è pure toccata qualche pittoresca definizione piovutagli addosso con spensierata disinvoltura, come < agente> o, finanche, <007> del Papa: roba che, da parte sua, valeva appena un sorriso tirato e neppure lo spreco di una parola. Per lui contavano i fatti: i giornali, dopo l’attentato di Piazza San Pietro, uscirono con titoli (ripresi ora per i ricordi in morte) che raccontavano dell’<Angelo> che aveva salvato la vita a Giovanni Paolo II. Appena il Papa ritornò dal <Gemelli> trovò sul tavolo la lettera di dimissioni del <commendatore> che si faceva scrupolo di non averlo saputo difendere.  Quella lettera, si racconta, fu cancellata da un   abbraccio.  E il segreto era che a questo comandante tutto d’un pezzo riusciva più difficile battere i tacchi che non prostrarsi in ginocchio a pregare, e con la corona del rosario aveva una familiarità quotidiana. Per mestiere conosceva le caserme, la fede lo spingeva verso i luoghi di preghiera: un itinerario che anche nella successione (da lui stesso preparata con la scelta di Domenico Giani) non è andato perso. Era e restava un comandante, ma i primi ad essere al corrente di quel suo segreto, e a condividerlo, erano i suoi uomini, i <gendarmi> che, per lungo tempo, hanno preso nome dal loro comandante, i ragazzi di Cibin. O del commendatore, che, in Vaticano, è stata sempre la stessa cosa.