GIOVANNI PAOLO II A BALVANO
Angelo Scelzo
Il Papa delle grandi folle, eletto meno di due anni prima alla cattedra di Pietro, si trovò quasi senza nessuno intorno. Erano spaesati anche gli uomini del seguito, il solo piccolo assembramento che poteva farsi, in quel momento, intorno a Giovanni Paolo II, pellegrino nel cratere del terremoto, pochi giorni dopo quel drammatico 23 novembre dell’Ottanta. L’elicottero lo aveva condotto a Balvano da Potenza dove aveva portato conforto ai feriti. A Balvano fu difficile trovare un posto per l’atterraggio. Non che incombessero le rovine del sisma; il paese, neppure un migliaio di abitanti, era appena una piccola piazza e, nell’ultimo tratto di una serie di tornanti, una strada con l’ingresso delle case affacciate sul marciapiede indicava che Balvano era tutto lì. A chi veniva da altri centri del cratere, quel paese con i fabbricati tutti in piedi, rappresentava qualcosa di irreale, perché sembrava del tutto distante il paesaggio di devastazione e di morte che un minuto e mezzo di collera della natura aveva disseminato tra la Campania e la Basilicata.
Ma proprio in fondo alla piazza del paese, ecco la chiesa, anch’essa in piedi, ma con il tetto squarciato da un lato. Era il lato della fila dei banchi delle ragazze, che accompagnavano i canti della Messa serale delle sei. La tragedia di Balvano, prese di mira quella fila, seminando morte tra chi, più di ogni altro, in quella terra aveva gli occhi e il cuore rivolti al futuro. Il Papa volle compiere a piedi gli ultimi tornanti che portavano alla piazza. Da un lato e l’altro della strada, la voce dolente delle anziane donne del paese, avvolte negli scialli neri, intonavano nenie e lamenti come un requiem collettivo davanti a una tragedia che, per andare a colpire, aveva dovuto violare e quasi snidare un’antica e appartata quiete. Quell’isolamento sembrava essere anche la loro forza, e la sfida a una natura mai benigna, che, però, stavolta arrivava a mostrare una collera estrema. Giovanni Paolo II proseguiva nei suoi passi in direzione della piazza. Continuava a non avere nessuno al fianco; né le donne sull’uscio di casa, per una forma di atavica <soggezione> si facevano avanti. Fu il Papa allora ad avvicinarsi e a varcare la soglia di un’abitazione che, come tute le altre del paese, sembrava non aver subito nessun danno. Uscito dalla casa, Giovanni Paolo II riprese poi il cammino. La piazza era più in là e non si scorgeva ancora. Ma ai due lati della strada, al suo passaggio, s’infittiva soltanto il dolore: passava il Papa, ma l’angoscia impediva a molti anche di sollevare appena il capo. Il dolore impietriva ogni gesto. Ricordo un’anziana donna che, come gesto di devozione al Papa che passava a due passi da lei, smise per un attimo di spazzare l’uscio di casa, chinando il capo e segnandosi, ma subito dopo – come automa di un dolore infinito, tornò a quell’assurda occupazione del momento. In piazza, ad accogliere il Papa c’era il parroco e la più sparuta delle folle al quale un pellegrinaggio sia mai andato incontro. Il dolore aveva il segno, tragico e riconoscibile, di un totale spaesamento. La tonaca impolverata del prete, lasciò una grande macchia di grigio sulle vesti di Giovanni Paolo II che quasi <consegnò> al parroco quel gesto di affetto per tutto il paese. Nella scuola accanto alla Chiesa, in tre lunghi file da dieci, furono deposti i corpi delle vittime. Il Papa vide il volto di Marinella, 12 anni, dolce e senza un graffio, che pareva letteralmente rapita dalla morte: una trave le aveva perforato la nuca. Un banco di quella stessa scuola, diventò, appena rientrato in piazza dall’angoscia di quella visita, il pulpito improvvisato per un’alta e toccante lezione sul dolore. Uno dei banchi era stato portato in piazza; chissà poteva servire. Il Papa lo vide, si accostò, e da solo, scostando la veste, vi salì sopra, tra la preoccupazione di chi era in torno e, ricordo, tra lo sgomento del commendatore Cibin, allora comandante della Gendarmeria vaticana. Afferrò il microfono e parlò.
Parlò del dolore, ma fece toccare con mano, in quel discorso improvvisato e ancora con qualche accento della lingua fuori posto, come la misericordia di Dio, più dello sfregio di ogni tragedia, riesce a spingersi dappertutto e a trovare i suoi pulpiti, fin nel cuore della tragedia.
L’intensità, e nel caso di Balvano, la ferocia di quel dolore sembrava tener lontana e rendere distante anche la preghiera. Qualcuno arrivò a chiedere al Papa che senso avesse la preghiera di fronte a quella devastazione. <La vostra sofferenza è già preghiera>, rispose Giovanni Paolo II.
Furono le parole, e con esse, il senso di quel grande pellegrinaggio senza folle intorno.