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Angelo Scelzo

il viaggio del papa a cuba e in messico

22/03/2012

Angelo Scelzo

Quando il Papa fa rotta verso l’America Latina e’ facile immaginare grandi scenari di folle, ma anche grandi terreni di sfide. Messico e Cuba, la doppia meta del ventitreesimo viaggio internazionale, rappresentano al meglio questo duplice versante, che, a sua volta, marca a fondo anche le differenze tra l’una e l’altra tappa, pur nella sfera comune di un pellegrinaggio di fede a forte dimensione mariana. E’ diventata a tal punto abituale come meta di viaggi papali (cinque le visite di Giovanni Paolo II che proprio in Messico inaugurò la serie dei suoi 104 pellegrinaggi fuori dall’Italia) che, stavolta, Benedetto XVI non metterà neppure piede nella capitale, per spingersi verso il nord-est, a Leon, dove, in maniera non meno solenne, saranno celebrati i duecento anni dell’indipendenza del Paese (ricorrenza peraltro comune alla maggioranza dei paesi latinoamericani).  Con Cuba in vista, sarebbe riduttivo considerare la prima parte del viaggio come un semplice preludio al ritorno del Papa nella terra dei Castro, 14 anni dopo lo storico approdo di Giovanni Paolo II: si parlò allora della caduta del <muro latinoamericano> e, non a caso, si parla oggi di Benedetto XVI come di colui che può portare a compimento anche le vaste prospettive aperte da quella visita. Eppure il Messico, anche sul piano delle attese, tiene testa al confronto con l’isola caraibica, non foss’altro per la natura dei suoi contrasti e delle sue contraddizioni. Seconda nazione al mondo come numero complessivo di cattolici, cuore mariano di tutto il continente, attraverso la straripante devozione alla <VIrgen de Guadalupe>, nondimeno la chiesa si trova a fronteggiare, in Messico, due paradossi di natura diversa. Il primo riguarda la sua stessa esistenza costituzionale, riconosciuta appena 20 anni fa, partendo, però, da una base di vera e propria minorità legislativa che negava la religione in se’ e relegava il culto in ambienti privati, impedendo, inoltre, ai sacerdoti di dare segni esteriori del proprio stato. In 20 anni sono stati compiuti passi avanti, a cominciare dallo scambio delle relazioni diplomatiche, ma si può capire come restino ancora molti i passi da compiere. L’altro paradosso, ancora più stridente, è quello del cattolicissimo Messico squassato dai micidiali colpi della violenza, alimentata da un narcotraffico che spadroneggia in lungo e in largo e da una corruzione che tiene tragicamente il passo. Il computo che viene da quest’autentica consorteria del crimine è impressionante: 60 mila morti negli ultimi cinque anni, da quando, cioè, il governo ha cominciato a schierare le sue forze contro gli <squadroni della morte>. Una media di mille morti al mese, trenta al giorno. Un killer si trova a 50 dollari.

Proprio di fronte a una tale devastazione la Chiesa non può cedere e spingere alla rassegnazione, e se Papa Benedetto, nella piena maturità’ del suo pontificato, e alla vigilia dell’ottantacinquesimo compleanno, ha scelto di intraprendere una strada così familiare al suo predecessore, è perché avverte l’urgenza di ripercorrere in realtà l’antica e mai dismessa strada dell’evangelizzazione, l’unica in grado di aprire spiragli di coraggio e di speranza. Saranno anche questi i sentimenti che lo accompagneranno nella seconda parte del pellegrinaggio, a Cuba. Anche qui il filo che ha tessuto il passato finirà per contare. E non poco: perfino al di la’ degli stessi protagonisti dell’oggi, il successore di Giovanni Paolo II da un lato, e un altro Castro dall’altro, Raul, il fratello del mitico Fidel al quale sarà’ probabilmente riservato un incontro privato con Papa Benedetto. Si è parlato molto dell’avvicinamento del <comandante> alla fede, argomento trattato con grande riservatezza soprattutto da parte della chiesa. Il dato certo è che l’isola nei 14 anni di queste due visite, ha innestato un cambiamento già chiaro nei suoi tratti, ma dagli esiti ancora imprevedibili. Il segno più evidente riguarda proprio i rapporti tra Stato e Chiesa, un tempo inesistenti, ma migliorati al punto da portare addirittura alla mediazione svolta dal cardinale Jaime Ortega y Alamino, arcivescovo dell’Avana, per la liberazione di 126 detenuti, tra cui anche una quota che Amnesty International, aveva indicato come <prigionieri di opinione>. Da qui i segni di dialogo, che dall’una e dall’altra parte si sono moltiplicati a grappolo e consolidati anche da una visita del cardinal Bertone a Cuba. Alla vigilia del viaggio anche il Vaticano è sceso in campo per ribadire la propria contrarietà all’embargo degli Stati Uniti, ritenuta una misura punitiva solo per il popolo. Sul piano più generale, il dialogo tra Chiesa e i vertici dello Stato è considerato l’elemento forse decisivo sulla via di una transizione del sistema cubano verso la democrazia. In maniera indiretta, a confermare l’importanza del ruolo sono stati gli stessi oppositori castristi i quali, paventando possibili strumentalizzazioni della visita del Papa, hanno occupato alcune chiese cattoliche (provocando tuttavia, la condanna delle gerarchie). Da parte sua, la comunità ecclesiale sembra vivere una < nuova primavera> della fede. il Natale è ritornato ad essere anche festa civile, ai missionari è ora reso più agevole l’ingresso. Anche le vocazioni sacerdotali hanno conosciuto un forte incremento. D’altra parte a ricondurre il Papa nell’isola e’ un grande evento religioso, legato alla fede e alla tradizione mariana di Cuba: la ricorrenza dei 4 secoli della scoperta dell’immagine della < Virgen de la Caridad del Cobre>. Una storia che inizia dalla costa sud-orientale dell’isola, a Santiago de Cuba, antica capitale del Paese e centro propulsore della vita culturale, artistica e religiosa. Forse il luogo, anche oggi, di un <nuovo inizio>,