GIOVANNI PAOLO II, IL PAPA CHE MORI’ SULLA PIAZZA
di Angelo Scelzo
Un Papa non muore mai solo. Ma un Papa non muore mai in piazza, come Giovanni Paolo II, quella sera, il secondo giorno di aprile, una settimana dopo Pasqua, il colonnato del Bernini come le navate di un tempio con l’altare in alto, una finestra sempre illuminata . E quell’annuncio, pochi istanti dopo quando tutto si era compiuto. Erano le 21,37.
Non era la sua ultima folla quella già pronta a innalzare cartelli- “Santo subito” – che sembravano l’immediata rivalsa contro ciò che era appena avvenuto. Non c’era da aspettare quell’attimo, come il segnale di un via, per dar vita a un’ostentata eppure serena sfida alla morte. Anche quegli ultimi suoi momenti, il vecchio Papa non li aveva tenuti per sé, perché, in realtà, niente è stato suo di quel Papa “venuto da lontano” che, all’ultimo bivio, andava ad accorciare un pò per tutti la distanza tra la terra e il cielo.
Era questo che, in fondo, aveva sempre cercato: ai quattro angoli del mondo oppure, come la sera dell’addio, nel focolare sotto casa, piazza San Pietro, maestosa nei tempi ordinari, ma diventata il piccolo cortile di rappresentanza di un affetto senza confini.
Quali altre parole, se non un silenzio di sbalordimento e di inadeguatezza era possibile aggiungere a commento della morte e, soprattutto, della vita di Giovanni Paolo II?
Se il mondo è rimasto attonito, scoprendosi più povero proprio all’inizio di un tormentato millennio, la chiesa, invece, è parsa misteriosamente rinascere di questa morte, quasi a prolungare il tempo del mistero pasquale. Non solo il dolore e la mestizia scandivano, insieme al coro di preghiere, la veglia della piazza, ma una serena e umile fierezza, facendosi poi largo, dava forma e sostanza all’espressione “popolo di Dio”, modellata dal vento nuovo del Concilio.
La folla cambiava volto, com’era avvenuto tante volte in altre piazze ai quattro angoli del mondo, al passaggio di un pellegrino che dava seguito a quel grido tenero e imperioso col quale aveva iniziato il suo pontificato:”Spalancate le porte a Cristo”. Davanti a sè aveva spalancato per prima le porte della sua chiesa che ora attraversava il mondo e andava in cerca di un’umanità sempre più smarrita e incerta se varcarne la soglia.
L’ultimo viaggio, con quell’assemblea di popoli e di nazioni radunata sul sagrato e per tutta piazza San Pietro, non poteva che essere il più solenne e maestoso. Mai, con l’eccezione di Pio IX, un pontificato era durato cosi’ a lungo, 27 anni attraverso il “secolo breve” delle grandi guerre e l’inizio di un nuovo millennio nel segno di quel ” Duc in altum” – l’esortazione alla chiesa a prendere il largo – pronunciato a piazza San Pietro nella celebrazione di chiusura ‘del Grande Giubileo del duemila, e quasi soffocata, come uno sterile sussulto, neppure un anno dopo, dal barbaro attentato alle Torri Gemelle.
Ma non solo per la durata, il pontificato di Wojtyla ha avuto per costante dirimpettaia la storia.
Non poteva che essere cosi’, se anche la vocazione sacerdotale dovette farsi largo tra le devastazioni della guerra e l’esperienza di lavoro nella cava di pietra della Solvay, dove , come raccontò egli stesso in “Dono e Mistero”, il suo capo operaio, Franciszek Labus, l’uomo incaricato di far brillare le mine, un giorno lo prese a parte e gli disse:” Karol, tu dovresti fare il prete. Canterai bene perchè hai una bella voce e starai bene…” I drammi della vita, anche quelli personali, con una famiglia troppo presto decimata, non hanno poi tardato a far irruzione nel sacerdozio e via via nell’episcopato e sulla cattedra di Pietro. E quel filo di congiunzione, si può dire, non è andato mai smarrito, fino a legare vicende e tempi lontani.
Veniva da un “paese lontano”, ma pur immergendosi totalmente nella sua seconda patria, la sua terra è rimasta come l’insopprimibile retaggio di tutto il suo essere. Non solo polacco, ma, secondo l’osservazione di un amico della prima ora, Jerzy Turowicz, pienamente “cracoviano”. Eppure nessuno più di lui, senza essere un Papa politico, ha messo mano nella Grande Storia contemporanea.
Anche la chiesa di Roma, negli anni in cui era ausiliare e poi vescovo di Cracovia, ha cominciato a dargli da fare con quella linea dell’ostpolitik di Casaroli, che non sempre, a suo dire, riusciva a tener conto della specificità della situazione polacca. Quando il corso delle vicende portò alla nascita di Solidarnosc, e ai cantieri di Danzica, non solo la Polonia, ma tutti i popoli d’Europa guardavano a Piazza San Pietro, nella convinzione che fosse ormai quello, con Papa Wojtyla sul soglio di Pietro, il punto di orizzonte dal quale scrutare l’inevitabile sviluppo degli eventi. Al crollo del Muro di Berlino fu naturale pensare che molto ( o tutto) era avvenuto per opera di Giovanni Paolo II. Toccò proprio al Papa defilarsi per quanto poteva: Il “Muro è caduto, affermò, sotto il peso di un Errore”.
L’errore non era (solo) politico: togliere ai popoli la forza di liberazione del Vangelo, nella visione di Papa Wojtyla, significava mutilarli del proprio futuro.
Col Vangelo sempre in palmo di mano, era scontato, alla fine, l’approdo a quel “segno di contraddizione” che Giovanni Paolo II è sempre stato.
Andava in frantumi il Muro ma più che il coro di esultanza a lui premeva mettere in guardia i Paesi del postcomunismo dalle minacce del materialismo e del consumismo. All’ indomito profeta di pace- con quel grido biblico del “Mai più la guerra” fatto risuonare contro ogni conflitto -, doveva toccare, per contrasto, lo sfregio dell’ attentato alla vita, per mano di un killer, Ali Agca, poi perdonato.
Segno di contraddizione, drammatico e visibile, diventava l’evidente declino delle forze e la volontà di aprire alla chiesa sempre nuovi orizzonti; si avvertiva la spinta del Concilio e la prospettiva del terzo millennio cristiano. Nè si fermava l’esplorazione in senso pastorale del mondo, seppure nel computo complessivo dei 104 pellegrinaggi internazionali, e dei 146 in Italia, occorreva forse segnalare che il più straordinario dei viaggi, compiuti dal Papa “globe-trotter” era quello lungo poco più di un chilometro dal Vaticano, per la visita alla Sinagoga, e il saluto ai “fratelli maggiori” nella fede.
Segno di contraddizione Wojtyla non poteva che essere soprattutto per i suoi giovani, le “sentinelle del mattino” che ha accompagnato per il mondo – e negli ultimi tratti come “condottiero” appoggiato a un bastone – a ritrovare e rendere nuovamente percorribili nel nome di Cristo i cammini di speranza.
E l’altro versante dal quale è stato possibile misurare l’intensità e la forza dei suoi contrasti, è stata la comunicazione, della quale Giovanni Paolo II, pur definito il “grande comunicatore, non riteneva affatto di essere esperto; tutto gli veniva, in realtà spontaneo e naturale. Alla fine, in questo campo gli è toccato chiedere risorse alla sofferenza. Ed è difficile dimenticare quella sua ultima drammatica testimonianza dalla finestra di San Pietro, alla ricerca di un saluto a cui venne a mancare la parola. Anche il silenzio, ha splendidamente testimoniato, può diventate un ineffabile strumento di comunicazione.
Non ci sarà per lui, la sua ultima folla: non lo fu quella dell’addio, tantomeno potra’ esserlo l’altra che il primo Maggio del 2011, ha visto scoprire dalla Loggia della Basilica, l’arazzo con il volto di Wojtyla proclamato Beato dal suo immediato successore. L’amico teologo diventato Benedetto XVI.