Un virus che sa tutto di noi
Angelo Scelzo
Questo virus sembra sapere tutto di noi, conosce i nostri limiti, le nostre debolezze, sa tutto dei nostri modelli di vita e soprattutto delle nostre paure. Proprio per questo ha forse deciso di portare l’attacco nel momento peggiore, al tempo di un’umanità smarrita e inquieta, quasi sospesa in una transizione che sembra senza fine. L’offensiva del coronavirus è globale, ma non solo per la vastità dell’estensione, dal momento che va a toccare una linea di profondità che mette in campo, oltre a quello sanitario, ben altri e non meno inquietanti aspetti.
Con sempre maggior forza questo virus, in modo abusivo, si sta prendendo il compito di stilare per tutti noi uno sterminato rapporto sullo stato (non solo) di salute dell’umanità al tempo di quella nuova patria comune chiamata globalizzazione. Una patria fredda, poco amata, ancora estranea, venuta su più dalle analisi di mercato che dalle mani e dalla volontà degli uomini.
Di questo mondo, che richiama laboratori e contaminazioni, il coronavirus sembra essere più che un semplice prodotto, un messaggero interessato e occhiuto, pronto a svelare realtà scomode e controverse, capace di tagliare finanche qualche possibile ponte di salvezza che ci premuriamo di costruire alle spalle. Costretti a mutare i nostri stili di vita, ci troviamo di fatto a volgere lo sguardo all’indietro, e a riscoprire quindi la vecchia filiera di luoghi e di comportamenti, verso la quale ci spinge il passo indietro della prudenza e della difesa. È a questo punto che il coronavirus esce dal suo seminato e ci pone di fronte a un altro dato di fatto: quella vecchia filiera alla quale cerchiamo di rimettere mano, in breve tempo, e senza bisogno di virus, ha cambiato faccia, è diventata altro, e, non è detto, alla fine, che possa essere, ora, un luogo di protezione o rifugio.
Il virus che ci spinge a restare a casa, ci pone anche di fronte alla realtà che neppure la casa, l’antico e un po’ favoloso “focolare domestico” è quella di un tempo, insidiata da una crisi a largo spettro che chiama in causa valori ma anche l’intero consorzio dei più gravi problemi sociali, a cominciare dal lavoro; e il quartiere, il primo spazio di socialità varcato il portone, spesso anche il brutto biglietto da visita di città afflitte da mille disagi, strozzate dal traffico, inquinate dall’aria cattiva, ingrigita dagli umori di gente sfiduciata e stanca. Quanto poi alla nazione, fa impressione il suo volto sfregiato dal sovranismo, che trasmette il senso di un Paese incattivito e senza speranza. Tutti spazi di un territorio, di pietra e di anime, sul quale si è allentata via via la presa dei tradizionali riferimenti istituzionali, ma anche educativi, come la scuola e finanche la chiesa.
Oltre al tempo, per i nostri forsennati ritmi di vita, mancano forse le occasioni per poterci accorgere di ciò che accanto a noi non è più lo stesso, cambia, svanisce, si evolve. Ed è vero che solo davanti a grandi eventi – spesso alle grandi tragedie – può compiersi un esame di coscienza collettivo, o più laicamente una riflessione globale e a tutto campo.
Il coronavirus ci ha spinto su questa strada, ma certo non in modo neutro. Sapendo bene come vanno le cose da noi mette in campo tutta la protervia che può, pretendendo per sé ogni spazio, fino a indurci a voltare le spalle ad altre visione di sofferenza che, pure, in questi giorni, sono presenti nel mondo. Così, la tragedia di un popolo in fuga al confine turco verso la Grecia diventa poco più di una “breve” nel palinsesto impazzito di questi tempi, imposto dalla comunicazione istantanea, la vera madre putativa che ha allevato la globalizzazione. E allora la sensazione è quella che tutto ciò diventi congeniale non già a un progetto, ma certo a un mondo alla fine rassegnato a scalare le marce e a costituirsi come un “ambiente” doviziosamente e prodigiosamente attrezzato di tutto. Ma senz’anima.
Il coronavirus è una brutta faccenda umana e non digitale, eppure lo sfondo di un mondo nuovo tutto in mano ai prodigi della rete e delle connessioni, è largamente presente anche nei momenti più drammatici e tragici di una lotta che, per l’enorme area di diffusione, è diventata davvero senza frontiere. Ed è il caso di notare che, clandestino a tutti gli effetti, il virus proprio delle frontiere si fa beffe, e anche qui su un doppio fronte: ignorandole e passando oltre, o costringendo intere aree e i Paesi colpiti, a misure che stravolgono la vita quotidiana. In sostanza innestando un elemento di “dovuta” irrazionalità nel cuore di una società apparentemente super-organizzata e autosufficiente.
Si spera vicino il tempo in cui del coronavirus si potrà parlare al passato, come per altri virus più o meno della stessa specie. Ma resta sul campo, come un pensiero da non lasciar cadere neppure dopo che il morbo avrà tolto il disturbo, la proclamata manifestazione di una fragilità complessiva che ha interessato, e colpito, tanto l’uomo quanto il suo ostentato “tempo di internet”.