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Angelo Scelzo

editoriale Supplica

13/04/2016

Angelo Scelzo

Quando la follia terroristica, dopo Parigi, è ritornata a colpire al cuore dell’Europa, portando l’attacco direttamente alla sua capitale politica, Bruxelles, nessuno sapeva ancora che Papa Francesco, aveva scelto un campo di rifugiati alle porte di Roma per celebrare il rito della lavanda dei piedi. Quasi nelle stesse ore del feroce assalto jadista all’aeroporto e alla metropolitana della metropoli belga, il presidente degli Stati Uniti Obama manifestava, nella storica visita a Cuba, la volontà di seppellire per sempre il tempo, non breve, della “guerra fredda”.

In un mondo sempre più globalizzato il filo delle connessioni e’ spesso attorcigliato in matasse inestricabili, dalle quali e’ difficile ricavare una qualche trama, se non quella impazzita di fatti che si scontrano e si smentiscono clamorosamente gli uni con gli altri.

A rifletterci, la sequenza degli eventi non poteva essere più eclatante: mentre una stretta di mano, dopo circa un secolo, sanava la ferita di un’epoca, da questa parte dell’Oceano, la vecchia Europa cadeva ancora vittima della ferocia di nuovi barbari raccolti sotto la bandiera nera dell’odio, spinto oltre i limiti umani.

Cuba è passata quasi sotto silenzio. La storia esile di una svolta, seppure attesa da anni, nulla ha potuto al cospetto del tragico fragore di bombe scagliate contro gli uomini e contro il futuro.

Ma se tra Cuba e Bruxelles si è trattato di una sfida a distanza tra la forza del dialogo – che riesce a farsi valere anche a distanza di anni – e il disperato affidamento alla violenza, in che modo può entrare nella partita un gesto, come quello di Francesco, di andare, il giovedì santo, nel campo profughi di Castelnuovo di Porto a inginocchiarsi e lavare i piedi a un gruppo di rifugiati?

Non si può parlare d’altro che di provocazione, di qualcosa di estremo e controcorrente, fuori da ogni logica del momento. Un gesto come quello di Francesco e’ tale da non misurare solo l’incolmabile distanza dall’orrore di Bruxelles; esso serve a tenere lontana anche una visione ordinaria dei rapporti tra uomini e popoli in un mondo che cancella patrie o le rende fantasma e affolla di tendopoli confini presidiati da muri e filo spinato. Anche su questo versante s’innestano, senza fatica, rapporti e legami avvelenati: a chi fugge dalla propria terra-  per fame o sotto la costrizione di insopportabili violenze- accade sempre più spesso di essere assimilati, e trattati, come terroristi, se non veri almeno potenziali.

Il Papa che invece va a cercare proprio questa gente per lavare loro i piedi sa bene di porsi all’opposto di tutti gli schieramenti del politically correct, perfino di quelli che, per un formale ossequio, sprecano parole di elogio e sostegno.

Ciò che rende chiaro il gesto del Papa è che nessun bandolo di verità’ può’ mai emergere dal gioco delle posizioni e degli atteggiamenti- per i quali, tra l’altro, non è difficile trovare qualche scampolo di ragione. Sul fronte che si oppone alla violenza si può stare oggi solo alle strette condizioni di una scelta di campo estrema, sbilanciata dalla parte dell’uomo, giocata, per i cristiani, su quello che Francesco (nell’omelia della messa del crisma) ha definito il ” dinamismo della misericordia” che cerca ogni giorno di fare un piccolo passo avanti nella terra di nessuno dove regnano ” l’indifferenza e la violenza”. E per essere più chiaro il papa ha definito “paradossale” questo modo di pregare un Dio sempre più misericordioso: in maniera ordinaria, con in campo solo le armi convenzionali – di fuoco o no – non è più possibile andare lontano.

L’urgenza e l’emergenza della misericordia, in quest’anno del Giubileo straordinario, si spiega con ciò che offre e soffre il mondo sconvolto e inquieto di oggi.

C’è il richiamo alla radicalità cristiana che il tempo della Pasqua esalta attraverso la passione e la resurrezione di Cristo. Il paradosso della Croce non è il racconto di un tempo che fu. È la cattedra sempre viva e attiva di un amore estremo, sbilanciato dalla parte dell’uomo. Quella misericordia spinta oltre un limite umanamente ragionevole, ritorna a farci riflettere. Può mai essere annientata dalla barbarie di una violenza antiumana? Non è un quesito che chiama in causa i buoni o i cattivi sentimenti. Oggi, di fronte al susseguirsi di attacchi tanto sanguinosi quanto insensati, la risposta assume un valore ” politico”. È la misericordia a reclamare oggi un ruolo di questo tipo: né surrogato della giustizia, né sentimento vago o sinonimo di buonismo a buon mercato. Essa solo può forse sparigliare anche il campo della violenza. È stata la “diplomazia della misericordia” a muovere, alla fine, i passi decisivi per Cuba. Alle visioni strette della politica occorre, come il pane, il cuore largo de