La pace nella trincea del silenzio
Che ne è della pace? In quale trincea del silenzio è andata a trovare riparo? Si può forse immaginare che sia un po’ rossa di vergogna perché di lei si parla, ma quasi soltanto alle spalle, dal suo rovescio di medaglia che è la guerra e che dilaga sul terreno, ma non solo. Sono vasti almeno in Europa, e dove non si combatte, i territori di un inquinamento bellico che non dà scampo e sembra soffocare sul nascere, quasi si trattasse di qualcosa di irreale, ogni spiraglio di pace. Quasi fosse sconveniente parlarne. La guerra è qui e ora, la pace chissà. La guerra è cronaca viva e occorre correrle dietro, scrutare ogni passo del suo devastante cammino, raccontarne le strategie, prefigurare obiettivi e soprattutto scenari. La guerra è, certo, una realtà che gonfia la pancia a chi ha fame di presente e basta. Uno dei primi prigionieri del suo esercito di occupazione è infatti il tempo, scadenzato da una sorta di calendario in uniforme che segna uno dopo l’altro i giorni del conflitto. Un tempo amaro e cupo, in cui al conteggio di vittime e devastazioni, occorre aggiungere i danni di un terreno infestato da tutto ciò che la guerra tocca: anche i pensieri di pace che sembrano non trovare più la via o la forza per esprimersi, e che restano sulla soglia delle cancellerie e intaccano poco le agende dei governi. La guerra che intimorisce la pace può sembrare una condizione forzata e inevitabile. È così in ogni conflitto.
Ma il silenzio intorno alla pace che si cerca in questi giorni, dopo l’aggressione russa all’Ucraina è non solo innaturale quanto fuori dal tempo. Non mancano, nella società della comunicazione, i mezzi per invocare e proclamare le ragioni della pace. E farlo a voce alta, alzando come si vuole il volume dei mille dispositivi resi disponibili dalla modernità, senza neppure mettere da parte la prassi più tradizionale del dialogo e del confronto diretto. Eppure, occorre prenderne atto, proprio in tempi di guerra, abbiamo scoperto di essere impreparati a parlare di pace: come si mantiene, come si costruisce, come si recupera quando scappa di mano, e ci si accorge che la presa era tutt’altro che salda.
La pace non si vede. E nasconde bene, sotto la schiuma degli agi correnti, anche i suoi pericoli e le sue ferite. La guerra, al contrario, si tocca. È una paura di ferro e fuoco che toglie il respiro e invade lo spazio e il tempo di un’esistenza che diventa altra. Siamo nel pieno di questa condizione, con la pace data per persa perché i parametri tenuti d’occhio sono quelli del conflitto: la strategia, il posizionamento, il dispiegamento di armi e armamenti, le cartine spiegate a indicare le aree di conquista e poi le bandiere da issare su distese di rovine e macerie. Si è quasi perso, col passare dei giorni, il sottofondo, ancorché debole e stentato, di negoziati e colloqui in grado di tener viva almeno la speranza di un dialogo. Ci siamo accorti di aver sciupato per via le premesse, pensando forse di non averne bisogno. È salito così il livello dello scontro e si è fatto naturalmente più crudo e spietato anche il linguaggio dello scambio di accuse. La guerra si vede quanto più riesce a sotterrare la pace. Che non si può trattare come qualcosa che tiene svagata compagnia ai nostri giorni ordinari. Come si fa a non sentire il peso del silenzio irreale che la circonda e talvolta la stringe alla gola? E in concreto: come è possibile rassegnarsi di fronte all’assenza di un pur labile orizzonte di pace? Quando la parola è alle armi, è solo la violenza a chiudere ogni discorso.
E invece, proprio con la proditoria invasione dell’Ucraina, siamo più che mai nel vivo di una questione aperta che riguarda non solo gli esiti della guerra, ma il futuro di intere generazioni. Non si può sfuggire alla domanda, se il negoziato, le trattative, il dialogo e tutto il retroterra delle paci perdute debba essere messo in campo come irriducibile alternativa alla guerra, e come condizione estrema per evitarla. Fare tutto il possibile, e anche oltre, per tenerla lontana: non può che essere questo l’atteggiamento di chi, sulla via più autentica della pace, cerca non il solo conforto della ragione e tantomeno quello di una vittoria militare.
“Che vittoria sarà quella che pianterà una bandiera su un cumulo di macerie?”, ha ammonito Papa Francesco in uno dei ricorrenti Angelus dedicati, da due mesi a questa parte, alla guerra. E in un intervento successivo, ha attribuito alla “follia della guerra” la circostanza estrema di arrivare a “dimenticarsi di perché si sta al mondo”, e si arrivi a compiere crudeltà assurde. La finestra affacciata su piazza San Pietro, al terzo piano del palazzo apostolico, è stata, e continua a essere, l’epicentro della predicazione di pace del Papa. Pur di fronte alle terribili insorgenze della cronaca, si avverte, nei suoi appelli e nelle sue parole, l’eco di una sapienza che viene da lontano. È sua oggi la voce dei papi che parlano di pace al mondo a nome della chiesa. E possono farlo perché nessun vocabolario conta più pagine di quelle che la Chiesa ha accumulato sulla pace. Si può dire che proprio essa ha sciolto per prima la lingua al Vangelo, al contatto con l’umanità redenta. Una voce quindi sempre più preziosa e tanto più nel momento in cui non riesce a farsi coro, e prende tono dalle trincee del silenzio. La guerra resta una spina nel fianco sul cammino dell’uomo. Ma la pace non può mai abbassare la testa.