Aula Paolo VI, ospedale da campo
In fila con chi si vaccina in Vaticano, tra silenzi e preghiere di invocazione
La folla, da qualche tempo, a causa della pandemia, è lontana anche da questa sua “casa” così importante e accogliente. Che, tuttavia, non ha chiuso i battenti, e anzi li ha riaperti inaugurando un capitolo tutto nuovo e, se possibile, ancora più significativo
L’ingresso è solenne, certo più di quanto normalmente possa esserlo un luogo frequentato dalle grandi folle. Si chiama infatti atrio, non solo per lo spazio, ma perché subito più in là, oltre i tendaggi in velluto, c’è il vasto auditorium, con lo splendido schermo finale della scultura in bronzo della Resurrezione di Pericle Fazzini. Il luogo è l’Aula Paolo VI, la grande piazza indoor delle udienze del Papa. Ma non solo, dal momento che anche l’auletta del Sinodo, e dei tanti incontri e convegni internazionali, fa parte del complesso, l’opera-simbolo dell’architettura moderna in Vaticano che papa Montini commissionò a Pierluigi Nervi al tempo del Concilio, inaugurata ufficialmente all’inizio degli anni Settanta. La folla, da qualche tempo, a causa della pandemia, è lontana anche da questa sua “casa” così importante e accogliente. Che, tuttavia, non ha chiuso i battenti, e anzi li ha riaperti inaugurando un capitolo tutto nuovo e, se possibile, ancora più significativo. L’insegna può essere ora quella, parafrasando un’espressione di papa Francesco, dell’ospedale da campo, una struttura per l’emergenza; e l’emergenza di questo tempo segnato dal coronavirus per il quale anche un piccolo Stato come il Vaticano è chiamato a correre ai ripari, e scendere in campo contro un virus venuto da un lontano che nell’era globalizzata non esiste più, poiché tutto è prossimo e tutto è connesso. Non è lontano, innanzitutto, pur in uno scenario così inconsueto e contraddittorio, il corso di una storia che, all’interno dello Stato del Papa, torna a parlare, seppur con il mutato linguaggio dei tempi, di ferite e di tragedie, e soprattutto del modo in cui, da questo avamposto minino è possibile fronteggiarle. Altri tempi e altri drammi. Ma non basta l’accurato e sobrio allestimento, quasi il naturale prolungamento degli ordinari ambulatori di palazzo Belvedere, per allontanare il pensiero di un’altra emergenza che, proprio a due passi da dove ora sorge l’Aula Paolo VI, indusse il piccolo Stato, nato da poco più di un decennio, ad affrontare, sul piano umanitario le drammatiche conseguenze dell’ultima guerra. Anche allora epicentro di tutto fu un luogo, palazzo San Carlo, dove traslocò l’Ufficio Informazioni della Santa Sede, che, fin dal 1939, su indicazione di Pio XII, prosegui l’opera già avviata da Benedetto XV durante la Prima guerra mondiale, di ricerche e di contatti dei dispersi sui vari campi del conflitto. Nei locali a piano terra di palazzo San Carlo (si chiamava così perché era il nome della clinica che dall’Aurelia si era trasferita in Vaticano nell’anteguerra) era stata allestita una postazione di Radio Vaticana. Era naturalmente l’emittente, con i suoi mezzi, ad assicurare, quando possibile, i contatti. «Si lavorava da mattina a sera – racconta una cronaca del tempo –. Alla parete una grande fotografia di Pio XII nell’atto di abbracciare il suo popolo sotto l’ormai celebre didascalia: “Nulla è perduto con la pace, tutto può esserlo con la guerra!”. Sorto per iniziativa di monsignor Montini, l’Ufficio era tramite per i dispersi, i prigionieri, i soldati di qualsiasi bandiera e le loro famiglie, istituendo – quando possibile – uno scambio di corrispondenza, mediante appositi moduli, debitamente concordati con le locali Rappresentanze pontificie». Altri tempi e altre tragedie. Ma conta, non può passare inosservata, in queste due circostanze pur così lontane e diverse, la funzione di Stato, pienamente assunta, da quell’entità territoriale che Pio XI, per sottolinearne l’esiguità, assimilò «a quel tanto di corpo che bastava per tenersi unita l’anima». Nel tempo, il piccolo Stato non è certo cresciuto in senso territoriale, ma ha dato prova di saper riconvertire le proprie strutture, anche quelle più prestigiose, e utilizzarle al servizio della sua particolarissima funzione, anche questa segnata, all’atto costitutivo, come «piccolo territorio per una grande missione». L’Aula Paolo VI, ambulatorio di campo per la vaccinazione contro la pandemia, va in questa direzione e riannoda ancora una volta il filo di un’emergenza diversissima nei modi ma molto meno nella sostanza. Anche questa contro il Covid si chiama guerra, e se il nemico è invisibile, a conti fatti non risulta meno spie- tato e rovinoso. Di sicuro è più subdolo tanto che la sua insidia più velenosa è la sua apparente irrealtà, quella rarefatta e micidiale assenza dei segni di un pericolo sempre in agguato. E allora davvero si può dire che non c’è grande distanza, non solo fisica – poche centinaia di metri – tra il salone di accoglienza e di ascolto di palazzo San Carlo, durante l’ultima guerra, e la moderna architettura dell’Aula Paolo VI, adattata ai tempi della pandemia.
Certo, non c’è concitazione tra chi, sulle sedie distanziate lungo il vasto corridoio, attende il proprio turno per raggiungere gli ambulatori alla fine del percorso. A suo modo, visto il rapporto tra gli spazi (enormi) e le persone in fila, si può parlare, anche qui di un ambiente rarefatto, utile ad attenuare le emozioni; ad evitare semmai raffronti tra le carte e i moduli di richiesta che giravano di mano in mano all’Ufficio Informazioni di palazzo San Carlo, e quel tanto di sana e ordinata burocrazia – fatta anch’essa di moduli e incartamenti – che sta dietro all’operazione vaccini nell’Aula Paolo VI. Altri luoghi e altri drammi. Eppure, non s’allontana, di fronte alla semplice fila di transenne in legno – disposte per guidare gli accessi lungo tutto il corridoio dall’aula – l’immagine di un’emergenza in atto, e resta vivo il senso di un piccolo Stato chiamato ancora una volta a misurarsi, da solo, con la difficoltà dei tempi. E neppure sembra un caso che, quando sul percorso di uscita, ai lati del corridoio, appare la grande aula vuota, il bronzo della Resurrezione, sembra rievocare l’immagine e il momento della piazza all’aperto, appena fuori di qui, San Pietro, dove in un altro deserto di folla e di voci, papa Francesco, l’ultimo Venerdì Santo, elevò al mondo, la splendida preghiera di liberazione della pandemia. Altri luoghi, la stessa intensità e la stessa attenzione per l’uomo.