UN’OCCASIONE PER RIVEDERE IL SISTEMA E I MECCANISMI CHE REGOLANO IL MONDO

Senza un reale impegno al cambiamento, “niente sarà come prima”si ridurrà a uno slogan
Angelo Scelzo
E’ ormai chiaro che ci vorrà del tempo per poter parlare al passato di una pandemia che, non solo nei suoi aspetti più drammatici – le migliaia e migliaia di vittime – continua a tenere in ostaggio, dappertutto nel mondo, le nostre vite, sempre più condizionate e segnate dal marchio di un’emergenza difficile da estirpare.
Nessuna crisi come questa del coronavirus ha puntato così a fondo al cuore di un’umanità già smarrita, incapace forse di trovare un proprio equilibrio di fronte alla radicalità e, ancora più, alla velocità di cambiamenti che scuotono, fino a sconvolgerlo, il vecchio mondo di riferimento. Siamo certo al punto e a capo di una storia, che di nuovo ha soprattutto un dato: si svolge in diretta e su uno scenario mai tanto ampio e coinvolgente a livello universale. Il virus ha varcato le frontiere e poi bussato alle case di tutti. E’ andato a scovare, uno a uno, tutti gli angoli appartati del mondo, come a dar vita a un gigantesco appello dal quale nessuno poteva chiamarsi fuori. Non solo popoli, ma ogni singola persona. Neppure le guerre sono arrivate ad essere così invasive A fronte del disastro lasciato sul terreno, questo coinvolgimento così totale prefigura una partecipazione altrettanto estesa nella fase della vera e propria ricostruzione che si rende necessaria. Non scatterà, in questo senso, nessuna forma di automatismo, ma la dimensione del contagio è tale da non tollerare troppe esclusioni sulla via della ripresa. Questo significa che, almeno in linea teorica, ci potrà essere, molto più che in occasioni passate, la mano di tutti noi nel disegno e nel sistema generale del dopo- pandemia.
È un’occasione da non sciupare. Quasi misteriosamente, da un giorno all’altro, e per un tempo ormai lungo e non ancora concluso, la nostra esistenza è stata messa a soqquadro. Un nemico invisibile ci ha costretti, a un tratto, a rifarci una vita tutta giocata sulla difensiva: noi che della vita non sapevamo invece che andare all’attacco. E a testa bassa, senza dar peso a qualche forma di reazione che talvolta si era pure manifestata. Che la minaccia sia arrivata da un virus è parsa come una beffa ulteriore, un affronto alla modernità, uno schiaffo alle nostre conquiste, una nuvola densa e inaspettata sul profilo dei nostri sempre più luminosi orizzonti.
Abbiamo trattenuto il fiato di fronte a quest’impensabile cambio di scena: in senso simbolico non ha avuto altro valore la quarantena dei primi mesi, il fare della porta di casa la nostra frontiera per il mondo. E una volta varcato l’uscio, ecco il “distanziamento sociale” , a testimoniare che anche una brutta formula lessicale può produrre effetti positivi.
Lo stupore per quel che è stato continua a essere il leit- motiv di una storia tuttora in atto. Ma lo stupore può anche paralizzare e mettere bende agli occhi e fasce alle ferite del cuore. Sarebbe l’occasione persa per una revisione ai meccanismi sui quali il mondo si regge e che, chiaramente, è stato costretto a un fermo- tecnico perché tutto il motore appariva in affanno. È un’occasione pagata a caro prezzo quella di rendere possibile una messa a punto, con gli ingranaggi allentati e il quadro delle funzioni bene in vista per indicare gli interventi necessari. In maniera misteriosa abbiamo avuto, come non mai, il mondo sottomano. Abbiamo potuto scrutarlo quando tra i silenzi innaturali e i tempi dilatati ci siamo trovati tra le mani quasi un’altra vita. Della quale, però, per i suoi caratteri spuri e straordinari- primo fra tutti proprio la tirannia della distanza – non sapevamo che farne. Giorni inutili e dannosi, fogli di calendario andati sprecati. Ma ora anche quel terribile conto arriva a scadenza. Ci viene chiesto di mettere mano a un mondo con meno toppe da un angolo all’altro. Meno guerre (anzi niente), meno ingiustizie, meno divari, meno tutto, fuorché misericordia, solidarietà, amore per il prossimo, a partire dai più svantaggiati. Mentre da ogni parte, per dare un senso alla ripresa, si invoca l’esigenza di una visione, il pensiero corre alla chiesa di Papa Francesco: non ha avuto bisogno, neppure per il tempo unico di questa pandemia, di nessuna strategia ad hoc, salvo l’allineamento alle restrizioni correnti. La vita insegna, il Vangelo illumina. E fa luce, nel buio dell’emergenza, sulla circostanza che, per rendere più accogliente la casa comune, non occorre inventarsi i ‘materiali’ di costruzione. Esistono, e come è stata costretta a prendere atto anche la pandemia, sono più diffusi che mai. Anzi, vengono allo scoperto proprio nel fuoco della crisi. Anche il piccolo- grande mondo di Pompei ha portato il suo tassello di testimonianza nel cantiere di opere per un nuovo futuro. La città mariana non è stata neppure ricostruita, poiché è sorta dal niente. Ma ha trovato chi, per lei – un laico santo animato da un incrollabile speranza – ha saputo mettere mano ai materiali giusti, la carità e la fede. È su questi pilastri che sarà possibile rifarsi una vita. E senza mai giocare sulla difensiva.