PIERINO PRATI, DALLA SALERNITANA AL MONDO. UNA STORIA DA CENTRAVANTI

Fu il giovanissimo goleador della squadra-miracolo di Tom Rosati- Un eroe del Vestuti
- Angelo Scelzo
Nelle diverse celebrazioni del centenario, una sedia è è rimasta sempre vuota. Era il posto che spettava a Pierino Prati, Pierino la peste, centravanti – anzi centrattacco- della Salernitana di Tom Rosati, la squadra che sembrava dispersa tra i meandri della serie C, e che d’un tratto , nell’anno di una delle più radicali rivoluzioni granata – quasi un repulisti- riuscì a riguadagnare una serie B che, allora, era indicata come l’anticamera del paradiso calcistico. Si sapeva delle sue precarie condizioni di salute. Eppure non era mancato chi aveva insistito per riaverlo a Salerno, almeno per qualche giorno, perché della Salernitana, Pierino Prati, in un solo anno di permanenza è riuscito a scalare tutte le vette: la classifica, certo, e il tabellino dei marcatori. Ma nel suo caso anche quella speciale graduatoria che riguarda il cuore dei tifosi. Non è stato un beniamino di passaggio. A suo modo ha segnato il tempo della squadra ma anche della città travolta dall’entusiasmo e dalla freschezza di una Salernitana spuntata come una primavera improvvisa e inaspettata ad accompagnare i segni di rinascita e la speranze degli Anni Sessanta. Dal vecchio “Vestuti” Pierino Prati prese il volo per quella che i cronisti di una volta chiamavano una bella e luminosa carrriera. Con il suo Milan, dal quale era stato prelevato in prestito insieme a Corbellini, vinse scudetti e conquisto due Coppe dei Campioni. Indossò più volte la maglia azzurra e, pur senza giocare, partecipò alla spedizione in Messico, quella del celeberrimo 4-3 alla Germania.
Quella sedia, per tutte le celebrazioni venture, continuerà a rimanere vuota. Ma il posto nella storia granata, Pierino Prati, l’aveva messo, al sicuro già da tempo.

Brano tratto da “Il primo secolo n on si scorda mai”, pubblicazione fuori commercio edita, in occasione dei cento anni della Salernitana.
Sul fronte calcistico, il Sessantotto a Salerno si è manifestato con un paio d’anni di anticipo. Sotto la guida prima di Carapellese e poi del richiamato Hiden, la squadra granata aveva appena fatto in tempo a scampare il pericolo della retrocessione, quando, l’anno dopo, il patron Gagliardi si convertì a una radicale rivoluzione. Il repulisti fu totale e risparmiò solo Scarnicci e Adduci. Nuova anche la panchina, affidata a tale Tom Rosati, una scommessa, anche lui, al pari di un altro tale di nome Pierino Prati, che in breve diventò Pierino la peste. Peste per i difensori avversari. Delizia, invece, per il popolo granata. Fu proprio lui, capelli col ciuffo, come si usava in quegli anni, andatura dinoccolata in campo e fuori, calzettoni abbassati, a svegliare quasi di soprassalto una bella addormentata (e persa) tra i meandri di una serie C che sembrava come un timbro a fuoco sul destino della Salernitana.
Lui e una banda di altri giovani di belle (e non provate) speranze, approdati tutti in una volta a dare il cambio – si pensava e si diffidava – su giri di giostra sempre persi nel vuoto. Ma quella volta no. Prati, ma anche Corbellini. Pronunciati insieme davano le note giuste. Prati e Corbellini. Due nomi così: poteva mai trattarsi di brocchi? No e poi no. Una squadra, specialmente allora quando la formazione si poteva declinare dall’uno all’undici, – senza l’obbrobrio dei numeri 23 e 26 e senza la mania dei 4-2-4 o 3-5-2 se era forte aveva giusta anche la cadenza dei nomi – Piccoli, Rosati, Josio; Alberti, Scarnicci, Dianti; Corbellini, Cominato, Prati, Cignani e Sestili. Poteva mai deludere una squadra così? Forse è la nostalgia, ma non c’è un tono fuori posto. Prati e Corbellini, loro, si pronunciavano insieme, con un nome solo. Venivano dalla stessa scuola, il Milan. Erano, fuori campo, anche l’avvisaglia di un Sessantotto in arrivo. Quella Salernitana giovane e frizzante, quell’improvviso colpo di spugna ai grandi nomi, portava un vento nuovo che dal vecchio Vestuti cominciava a spandersi su una città riconquistata alla speranza. Si capì subito che non era la solita banda. Le scalee del Vestuti, come si scriveva allora, cominciarono ad affollarsi già nelle partitelle di metà settimana. Poi venne il campionato. Pierino fu sempre più peste, ma per gli avversari. Tenerlo, proprio non si poteva. Prese a frequentare il tabellino dei marcatori, come un avvocato le aule di giustizia. Aveva la maglietta col numero 9. Oggi è un numero come un altro. Sulle spalle di gente come Prati era un avvertimento, una minaccia esplicita: un documento di identità che svelava senza veli di fumisterie tattiche, il mestiere a cui si era votati. Quello di far gol, di scardinare le difese, di costringere i portieri a raccogliere la palla in fondo al sacco. Prati era un centravanti anzi un centrattacco – uno degli ultimi. Occorre aggiungere, di quelli che avevano a bersaglio la porta come i cacciatori la preda. Con i portieri, da qualunque parte del campo si muovesse, sembrava avere sempre conti in sospeso. Le cifre che ha lasciato sul conto in granata dicono perfino poco su ciò che ha realmente rappresentato. Dieci gol; ma appena in 19 partite.
Quelle mancanti – le partite ma anche i gol – sono sulla coscienza di un difensore dai piedi ruvidi tale Genisio, che a Torre Annunziata nel derby con il Savoia, non andò per le spicce per liberarsi di un cliente così pericoloso. Frattura di tibia e perone, quattro mesi fuori. Un campionato compromesso? Macché, il fieno era già in cantina. A Prati era bastato il girone d’andata per accompagnare i granata alla soglia della B. Poi si sa come è andata. La B è durata poco per la Salernitana ma anche per Prati. La Salernitana in C, Pierino la peste in rosso-nero a vincere scudetti e Coppa dei campioni. Poi in Nazionale, senza mai perdere il vizio del gol.