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Angelo Scelzo

TRENTARIGHE

09/06/2020
  • 30/ IL DOPO PANDEMIA – Il piccolo mondo antico dal virus della globalizzazione

Angelo Scelzo

È un conto che andrà fatto perché l’inventario di questo primo, timido dopo-virus traccia già una linea di demarcazione ben visibile, che schiera, da una parte e dall’altra una serie di elementi nettamente in contrasto tra loro. Oltre che crudele, la natura del coronavirus si è contraddistinta per paradossi e bizzarrie di ogni genere.

Nato e incubato nell’era della tecnologia avanzata, il virus si è presa la briga di riportare beffardamente in auge il vasto armamentario di un mondo che si riteneva ormai per sempre lasciato alle spalle. Non è andata così, e quando il lievito, insieme alla farina, e allo zucchero e uova per fare gli impasti, è scomparso dagli scaffali dei supermercati, si è rifatto vivo il ricordo di usi e abitudini di una civiltà contadina già rimossa da tempo per impraticabilità di campi- nel senso che quasi non esistono più. E che dire di altre sorprendenti impreviste rivincite: in piena overdose di social di ogni tipo, e di videoconferenze anche coi vicini della porta accanto, non si è forse avuta una riscoperta dei media più tradizionali? La compagnia più discreta della radio, per esempio. O la stessa televisione di cui ha fatto comodo la dimensione generalista- quella poi più praticabile per l’intera famiglia.

Nessuna meraviglia, poi, quando si è appreso che i giornali di carta sono riusciti a tamponare l’emorragia di vendite.

La virtualità diffusa quasi come l’aria, ha fatto ritornare il gusto del tatto, e forse anche l’odore della carta. I giornali, ma non solo, perché anche per i libri, i fratelli maggiori dell’editoria, il coronavirus ha fatto suonare una campana che sembrava ormai muta.

Oggetti già catalogati in un piccolo mondo antico; un mondo che tuttavia ha cercato di espandersi, di riguadagnare altri spazi, a cominciare dal vicinato.

Nei giorni della quarantena il centro di vitalità di quartieri di città e paesi, si è trasferito, come non mai, dalle strade ai balconi. E anche le case sono diventate i centri di un’altra e più vissuta esistenza. Cambiava anche il panorama che si poteva osservare per le strade: anche qui un’invasione di oggetti e cose di tempi passati. Niente auto, ma il ritorno di fiamma, anche nei centri urbani più trafficati, delle biciclette e di una classe di velocipedi improvvisamente rispuntata – con la mano di vernice della modernità- da decenni trascorsi.

È stato insomma il virus della globalizzazione a far riscoprire i nostri spazi d’un tempo e, in qualche caso, i nostri antichi territori. La virtualità – alla quale, per errore, associamo anche il virus, per il fatto di essere invisibile- non può certo riempire la nostra vita. Ha cercato di “occuparla” e non si è certo stancata di farlo. Ma sul terreno restano anche le tracce di tanti tentativi falliti; anzi di testa- coda capaci di mandare fuori strada anche un virus crudele e cocciuto come quello che, purtroppo, è ancora tra noi.