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UN PANNO COME UNA CAREZZA SULLA TOMBA DI GIOVANNI PAOLO II

                               Angelo Scelzo

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<Non era lì per pregare. Aveva un panno tra le mani per pulire il marmo. Ma da quelle mani uscivano carezze>

Il tempo di uno sguardo; non altro e non di più, se non un momento di preghiera più intensa, è concesso davanti alla tomba di Giovanni Paolo II, nelle grotte della Basilica di San Pietro. Difficile fermarsi anche solo un momento, e interrompere un flusso che, negli anni, è diventato il cammino a ritroso del <popolo di Wojtyla>; di coloro che vengono qui a restituire, nella misura in cui possono, ciò che da lui   hanno ricevuto in vita.

 Le mille strade che Giovanni Paolo II ha percorso ai quattro angoli del mondo trovano ora l’approdo di una lastra di marmo bianco, leggermente inclinata, e sulla quale restano scolpite, in latino, le lettere dell’essenziale: il nome del papa e i numeri delle date di inizio e di fine pontificato. Ancora più scarna è la volta, tinteggiata di bianco e arcuata a forma di cupola, che avvolge e sembra voler proteggere il piccolo sacrario.

Da questa ininterrotta sequenza di folla, è possibile guardare in faccia, e perfino scrutare, i mille volti di una fede che riporta, attraverso innumerevoli segni, alla lunga stagione del papa <venuto da lontano>.  Ma anche a isolare un solo fotogramma è possibile, talvolta, trovarsi di fronte a una sorta di controprova, alla conferma che la generazione- Wojtyla, sparsa per il mondo, occupa, spesso, anche la porta accanto.

È accaduto. Ed è stato quando la folla, al termine della lunga giornata, è svanita, lasciando campo libero ai <sampietrini>, gli operai della Basilica vaticana, per risistemare gli ambienti.

Alla cura della tomba, in particolare, si è posto un giovane, tuta blu di ordinanza e gli arnesi della pulizia a portata di mano.  A un tratto l’ho visto chino, come in ginocchio.

Non era lì per pregare.  Aveva però un panno che ha cominciato a passare sul marmo come la mano di una carezza può passare su un viso.  Anche il volto era chinato sulla tomba, come ad accompagnare più da vicino i lenti movimenti del braccio, e dare più significato e valore anche a un gesto puramente meccanico.  Più che impegnato in un lavoro di ordinanza, con quel panno tra le mani, il giovane era assorto in un atto di dedizione. Avvertiva il privilegio di poter poggiare le proprie mani su quello spazio che, pochi attimi prima, era stato soltanto attraversato dagli sguardi di una moltitudine, arrivata fin lì da ogni parte del mondo.  L’umiltà del proprio servizio gli schiudeva improvvisamente le porte di una grandezza da vivere in proprio: quel panno tra le mani poteva essere un utensile di lavoro oppure lo strumento di una particolare e personale predilezione.

 Il giovane era solo. Nessuno poteva vederlo. E io stesso ho cercato, a un tratto, riparo dietro una quinta. Il marmo, già lustro, era stato liberato anche del più invisibile granello di polvere. Ma il panno continuava a roteare, anzi ad <abbracciare> la pietra bianca, e quel giovane operaio continuava a non essere lì per pregare. Svolgeva il proprio lavoro.

Ma mai come accanto alla tomba di Giovanni Paolo II, questo termine – lavoro –  perdeva le sembianze di un impegno e trasmetteva tutt’altro. Prima di tutto una domanda: quale possibilità aveva, quel gesto così’ isolato e nascosto, di potersi spingere oltre la semplice soglia dell’utilità? E travalicarla, fino a dimostrare che, per compiersi, un atto di dedizione, non ha bisogno di nessuna platea; e che, soprattutto quando è avvolto dal silenzio, non resta mai senza conseguenze. Porta frutto, si fa sostanza.  Sicché, talvolta non è neppure necessario che – in via più generale – il bene venga alla luce; basta forse che esista, perché – certo- non è materia che si disperda o che venga soffocata dal buio. Nel momento in cui emerge nessuno, forse, riuscirà mai a rintracciare le vie misteriose dalle quali proviene.  E allora anche una lastra di marmo, accarezzata dal panno di lana di un giovane inserviente, può rappresentare un indizio per dove andare a cercare.

Angelo Scelzo

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