TOMMASO CAPUTO A cominciare dagli anni Settanta, la storia quotidiana di Pompei ha avuto per testimone un giornale che ancora in pochi conoscevano. Era nato, in un anno significativo come il Sessantotto, dalla fusione di due quotidiani del Nord, l’Italia di Milano e l’Avvenire d’Italia di Bologna e, appena quattro anni dopo, sotto il nome di Avvenire Sud, aveva intrapreso la strada del Meridione per dare un senso concreto alla sua vocazione di giornale a dimensione nazionale. La strada fu, non a caso, quella di Pompei, dove già esisteva un complesso tipografico, diretta eredità delle Opere di Bartolo Longo. Ogni giornale è, a suo modo, il diario quotidiano della comunità alla quale è più prossimo. Per Pompei Avvenireè stato molto di più, perché più importante ancora del fatto editoriale, fu forse quello ecclesiale. Sullo sfondo sociale e culturale di una questione meridionale che, negli anni Settanta, viveva i suoi momenti più intensi, la Chiesa meridionale fu interpellata a fondo dal secondo atto della nascita del quotidiano cattolico nazionale, for- temente voluto da Papa Paolo VI. La fusione, come fatto tecnico-editoriale, non poteva certamente bastare per dare il segno più profondo di un’autentica solidarietà e condivisione di cui il giornale intendeva farsi espressione. Il Mezzogiorno era una parte del Paese da includere sempre più in un progetto pastorale di ampio orizzonte all’interno del quale fare spazio ai fermenti di un Concilio ancora tutto da vivere nel concreto delle realtà locali. Un giornale di ispirazione cattolica, come Avvenire, poteva certo offrire un contributo rilevante, ma a patto che il discorso riguardasse l’intera comunità italiana. La scelta di Pompei come “capitale” dell’approdo di Avvenire nel meridione, fu il valore aggiunto che rese subito esplicite le dimensioni del progetto. Il primo risultato concreto dell’investimento nel Mezzogiorno fu certamente l’avvio della teletrasmissione che consentì, a partire dall’otto aprile del 1972, la stampa in contemporanea del giornale da Milano a Pompei. Si trattò di un evento tecnologico di grandissimo rilievo, se si pensa che Avvenire aprì, primo in Italia, una strada oggi largamente percorsa da tutti i mezzi di informazione su carta. Ma Pompei aggiunse molto del suo a un cammino così importante che portò, nel giro di pochi anni, all’introduzione di nuovi importanti servizi all’interno dello stesso giornale (come il varo della formula delle “pagine diocesane”, tuttora presenti in Avvenire) e allo sviluppo, sul piano tipografico – con il successivo arrivo del Giornale Nuovo fondato da Indro Montanelli e della Gazzetta dello Sport – di un polo di stampa tra i più importanti del Meridione. Ripercorrere i tratti di questa vicenda significa entrare nel vivo della realtà pompeiana degli anni Settanta e Ottanta, un tempo segnato da grandi trasformazioni ma anche dalla tragedia del terremoto che colpì la Campania e la Basilicata – e che portò conseguenze dirette sulla sorte della Tipografia commerciale. Il lavoro che Angelo Scelzo – direttore della rivista del Santuario Il Rosario e la Nuova Pompei – ha condotto per la ricostruzione di quegli anni e delle diverse e complesse fasi che portarono al varo di Avvenire Sudha, prima di tutto, il valore di un documento. Un documento importante per la vita della Chiesa e della società pompeiana. Si può ben dire, di questo libro, scritto con lo stile divulgativo di un giornalista, già autore di una serie di pubblicazioni, che esso “appartiene”, in senso lato, a Pompei. Non parla solo di una vicenda editoriale svolta e vissuta nella città di Bartolo Longo. Attraverso una ricca documentazione, frutto di una meticolosa ricerca, e il tono sempre presente e vivo del racconto, restituisce un passaggio significativo di vita e di storia pompeiana, che la città rischiava di non acquisire e sistemare tra gli scaffali virtuali del suo archivio generale. Questo libro rappresenta, più di tutto, una memoria ritrovata. E di questo occorre essere grati all’autore. © RIPRODUZIONE RISERVATA L’arcivescovo: «La voce della Chiesa sullo sfondo sociale e culturale dell’intensa questione meridionale» | |
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