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Papa Giovanni Paolo II, Comunicatore

Uno degli ultimi documenti firmati da Giovanni Paolo II poco prima della morte è stato <Il rapido sviluppo>, un testo sulla comunicazione, ma – più ancora – per  il valore emotivo che ha finito per assumere,  un prezioso testamento affidato a tutto il mondo dei mass-media. Quanto  sentisse, e si sentisse,  vicino a  questo mondo è perfino banale rilevarlo: Giovanni Paolo II <grande comunicatore>, tra le tante altre, è stata una delle definizioni più ricorrenti e di più immediato impatto per svelare la personalità del Papa <venuto da lontano>. Ha cominciato subito, appena eletto, a manifestare la sua particolarissima sintonia con il mondo dei media. Ma anche in questo  a suo modo, mettendo in campo una spontaneità e un’immediatezza che hanno finito per stupire, più di tutti, proprio i <vaticanisti>, ossia gli specialisti dell’informazione religiosa, spesso identificata – a torto – con le notizie del Vaticano tout-court. Quello stupore, come sappiamo, non ha avuto vita breve: è andato anzi crescendo, di occasione in occasione, fino a diventare la regola non scritta nei rapporti tra Giovanni Paolo II e il mondo dell’informazione.

Il volume che presentiamo- e che rappresenta una significativa partecipazione della Federazione nazionale della stampa italiana, insieme con l’Associazione Stampa Romana e la Provincia di Roma  all’attesissimo evento della Beatificazione –  raccoglie i 27 Messaggi per le <Giornate mondiali delle Comunicazioni Sociali>: il nucleo, in sostanza, di un magistero della comunicazione esercitato attraverso un <documento> che porta l’impronta del Concilio Vaticano II. Furono i padri  conciliari, con l’approvazione del Decreto <Inter Mirifica> – punto di svolta nella moderna comunicazione della Chiesa – a volere che ai temi e (allora) allo sviluppo dei mass-media fosse riservata una particolare giornata di riflessione e approfondimento da parte dell’intera comunità cristiana.

Dall’ultimo quarto del secolo scorso fino ai primi anni del terzo millennio, il pontificato ha avuto un lungo e vasto  respiro e ha finito per incrociare, sulla propria strada, lo svolgersi diventato a un tratto impetuoso della rivoluzione delle nuove tecnologie della comunicazione. Il mondo dei media, via via, è totalmente cambiato. Sono mutati gli strumenti, e spesso non si è trattato solo di semplici trasformazioni, poiché sulla scena hanno fatto irruzione mezzi totalmente nuovi che, a loro volta, hanno modificato perfino i criteri, le modalità e la stessa cultura della comunicazione.

In modo straordinario il pontificato di Giovanni Paolo II, soprattutto attraverso la lunghissima serie di pellegrinaggi in ogni parte del mondo, ha fatto vivere non  solo <in diretta> questa fase, ma in qualche modo,  è arrivata a determinarla; a farne strumento quasi indispensabile di una predicazione che mostrava l’esigenza di allargare i confini e di andare alla ricerca, in ogni parte della terra, degli angoli ancora inesplorati per l’annuncio e la comunicazione del Vangelo.

Appare tanto più oggi chiaro come il magistero di papa Wojtyla avesse bisogno di una parola che valicasse ogni vecchia frontiera e aggiornasse, in vista delle sfide di un nuovo millennio, il <comandamento> paolino di predicare il Vangelo dai tetti. Simbolicamente, a un  tratto, la selva delle parabole sui tetti delle case, sembrò rappresentare  anche plasticamente  una tale esigenza. Ma venne poi l’era informatica. E a mutare non fu soltanto il paesaggio urbano.

Qualcuno comincia a spingersi oltre fino a mettere in campo, addirittura, il mutamento di un  paesaggio dell’anima, dovuto proprio all’influenza e, talvolta, all’invadenza dei nuovi media. Certo, parte della nostra vita e delle nostre stesse abitudini è cambiata al ritmo dello sviluppo di media; e gli stessi strumenti, anche i più consolidati – come i giornali o la televisione – non  sono più gli stessi: l’avvento dell’informatica li ha modificati, proliferandone le funzioni fino a creare il totem oggi indiscusso della multimedialità.

A scorrere  solo i titoli dei 27 Messaggi delle <Giornate>, firmati da Giovanni Paolo II, è facile trovarsi di fronte a una serie di tracce che testimoniano, uno dopo l’altra, la rapidità, oltre che la fecondità, di una tale evoluzione.

Di cultura informatica, per esempio, si parlava già nel Messaggio di 21 anni fa; ed erano anche questi i tempi in cui il Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali pubblicava due distinti documenti sul rapporto tra Chiesa e internet.

Questo per dire che nel campo della comunicazione la Chiesa non si è posta alla rincorsa, ma ha è stata in grado di cogliere a tempo i segni dei cambiamenti.

Con  Giovanni Paolo II non  di rado è avvenuto che li anticipasse:proprio i vaticanisti, durante i pellegrinaggi all’estero, hanno potuto sperimentare di persona la <novità> delle conferenze stampa in volo, con Giovanni Paolo II che, in tutte le lingue principali, non  si sottraeva alle domande dei giornalisti. Resta altamente simbolico il <clic> su un pc portatile   con il quale il Papa inviava in Australia i lineamenta del Sinodo dei Vescovi.

Ma,  del  prossimo Beato, ancora più fortemente espressivo fu forse il drammatico silenzio con il quale si congedò dalla finestra del suo ultimo saluto in piazza San Pietro: al <grande comunicatore> veniva a mancare la parola.

La sofferenza parlò in suo nome. E mai come allora tutti capirono, e furono vicini al <loro>Papa.

Occorre che soprattutto il mondo dei non dimentichi quella grande lezione: anche il silenzio può diventare una grande forma di comunicazione.

Angelo Scelzo

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