Quando fu ordinato vescovo, quattro anni fa nella cattedrale di Catanzaro, l’anello vescovile che tuttora porta al dito, veniva dalla fusione dell’anello d’oro del padre defunto. Il pastorale, tutto in legno, da un ulivo lavorato dai ragazzi di una casa di accoglienza. E la croce pettorale, sempre in legno, realizzata a mano nella comunità di Satriano. Portare la povertà fin sopra l’altare, farne un segno liturgico, metterla, in maniera visibile, al centro di tutto l’episcopato.
Nei quattro anni di Cerreto Sannita, mons. Domenico Battaglia, nominato ieri alla guida della diocesi di Napoli, da prete è diventato “vescovo di strada”. Una categoria (se così si può chiamare) nuova, che riporta ai pontificato di Francesco e al segno di questa “provvista” per Napoli che ha addirittura qualcosa di didattico, poiché delinea, a immagine e somiglianza di Papa Bergoglio, il profilo di Pastore della sua “chiesa in uscita”. Dopo sette anni di pontificato, anche il rinnovamento nelle fila vescovili, e tanto più nel collegio cardinalizio, si è fatto ampio, e Battaglia va a rinfoltite la schiera dei tanti, come Lorefice a Palermo, Zuppi a Bologna, Lojudice a Siena, che hanno costruito il proprio cammino su un impegno pastorale di prima linea, scomodo, agli occhi di molti sbilanciato a favore degli ultimi e del vasto mondo delle emarginazioni che accerchia sempre più da vicino anche le metropoli urbane. Nella visione di preti (o vescovi) di strada, una realtà come quella di Napoli non che può che rappresentare una specie di “piazza grande”, in grado di dare una spinta decisiva a una riconversione pastorale che interessa l’intera chiesa italiana, e in particolare quella del meridione. Se Francesco non ha dovuto, come è capitato nelle ultime scelte anche in Campania, andare fuori Regione per scegliere il nuovo ordinario di Napoli, è perché stavolta, quel “prete di strada” veniva da una sorta di tirocinio nella vicina diocesi di Cerreto Sannita, Telese, Sant’Agata dei Goti, dove già era stato nominato a sorpresa e dove, nel frattempo, non aveva perso niente per strada. Non si è sentito – con una parola che fa trasalire il Papa – “promosso”, non si è insediato nel suo episcopio come nel palazzo del potere. Anzi, l’ha lasciato spesso, è andato lui in cerca dei suoi diocesani, credenti e non, e ha reso viva la chiesa tra le strade. Da vescovo ha continuato a fare ciò che aveva sempre fatto come parroco, nella popolarissima chiesa del Carmine, la “Grecìa”, nel centro di Catanzaro diventata punto d’incontro di poveri e diseredati, o alla guida del “Centro calabrese di solidarietà”, una struttura legata alle comunità terapeutiche di don Picchi. Le situazioni di bisogno hanno patrie dappertutto, e, d’altra parte, “don Mimmo”, già al momento del suo ingresso a Cerreto, partendo dalla visita al carcere minorile di Airola, aveva fatto chiaramente capire che tipo di vescovo intendeva essere. E neppure bastava. “Una chiesa povera per i poveri”, agli occhi di qualcuno, poteva sembrare uno slogan come un altro, e allora ecco nientemeno che un decreto, con tanto di firma del vescovo e del cancelliere, per stabilire come vivere in concreto, la povertà in diocesi ed “essere poveri secondo il Vangelo” (e tra le norme, niente tariffari o richieste di pagamento per la celebrazione di Messe e dei Sacramenti).
Papa Francesco ha l’occhio lungo e un vescovo così, e con il rodaggio compiuto a due passi da Napoli, quando si è trattato di provvedere alla sostituzione di Sepe, non l’ha perso di vista.
È tuttavia innegabile che al momento stesso della nomina, comincia per Napoli e il suo nuovo Pastore un capitolo tutto diverso. Non si tratta soltanto del salto da una piccola a una grande diocesi. Con l’eccezione di Sepe, che proveniva dai vertici della Curia vaticana, a tutti gli altri titolari della cattedra di Sant’Aspreno, da Castaldo, a Mimmi, fino ad Ursi e Giordano, è toccato l’itinerario di un trasferimento da sedi di minor rilievo.
Si tratta in realtà di un cambio di prospettiva totale, a cominciare da quella pastorale, che certo non può risolversi nella formula, pur suggestiva, dei preti o dei vescovi di strada. Non si può dire che, pur avendo alle spalle una formazione e un cursus ecclesiale tutto diverso, anche Sepe, non sia stato un pastore vicino al popolo e che, anzi, abbia fatto di tutto per assecondare e mettere in pratica il magistero di Francesco. Ma il tempo nuovo della Chiesa oggi, è tanto più il tempo nuovo di una realtà come quella napoletana, in cui continuano a sommarsi i guasti derivati dai ritardi, dalle inadempienze, dei veri e propri voltafaccia perpetrati a suo danno; e per i quali, l’emergenza della pandemia sta per segnare un punto di non ritorno. C’è un doppio fronte che si pone subito all’attenzione del nuovo pastore: quello della denuncia, forte, implacabile, dei mali che la città “produce”, la violenza, organizzata e no, le varie forme di devianza e l’attitudine poco coltivata al bene comune. E l’altro, più impegnativo, volto al recupero delle risorse positive che vengono alla città, in maniera quasi “gratuita” dalla pienezza della sua storia, di cui la chiesa è certamente parte non secondaria. La pandemia, con i suoi enormi riflessi non solo sanitari, ma sociali, economici e, non da ultimo, pastorali, ha cambiato le carte in tavola. Anche per la chiesa, almeno nell’ambito del suo impegno sociale, niente sarà più come prima. E si tratta, forse, di inventare anche un modo nuovo per rapportarsi ai suoi fedeli, scossi – particolarmente nella difficile realtà di Napoli – da un tempo tragico e misterioso insieme.
Con la prospettiva di un lungo episcopato, mons. Battaglia ha tutte le carte in regola per servire al meglio la sua chiesa e la sua nuova città.
Ben sapendo, tuttavia, che per un “vescovo di strada” non può esservi sfida più esaltante ma anche più impegnativa ed esigente di Napoli. Qui anche la speranza, talvolta, si paga a caro prezzo. Ma intanto un po’ ne porta, oggi, con il Natale alle porte, proprio la nomina del nuovo vescovo.
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