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NOEMI, FERITA ” A CASO” NELLA NAPOLI VIOLENTA

Di Angelo Scelzo

chiacchiere e proiettili, terrore e alzate di spalle- facce e cuori feroci contro meschinità a paure

Chiacchiere e proiettili. Terrore e alzate di spalle. Facce – e cuore e mani – feroci contro meschinità e paure. Latitanze. Il pane quotidiano di Napoli è questo. Eppure: mai tanta ostentazione, ai livelli più alti, di sicurezza, mai tanti proclami, alcuni irresponsabili e grevi (ai malviventi: “ammazzatevi tra voi”). Mai tanta ‘ammuina’ di stampo istituzionale, con accuse e contraccuse che rimbalzano tra le stanze di governo e ministeri. Mai tanta pena e tristezza, infine, di fronte a una Napoli, oggi città aperta alle scorribande della peggiore violenza.

Pane quotidiano, e amaro, che si continua a dare in pasto, senza ritegno, a una città che non ne può più, ma che non riesce neppure più a dirlo in maniera ordinaria. Parlano oggi per Napoli le pallottole e le grida di dolore che fanno rumore solo se si sovrappongono le une alle altre, come in un coro straziante che ha bisogno dei toni alti per farsi sentire e rendersi allo stesso tempo insopportabile. Noemi, 4 anni, è l’ultima voce di quel coro orribile e assordante che sta togliendo a Napoli ogni altra parola. Se non quella, dai toni accorati e solenni, proprio come voce che grida nel deserto, del Pastore della città che, innalzando la teca con il sangue sciolto del santo patrono, Gennaro, annunciava il miracolo e allo stesso tempo ne reclamava un altro, rivolgendo il pensiero a Noemi, ultima innocente vittima dello sfregio ormai ricorrente delle pallottole vaganti. Qualche vuoto anche nelle piazze di cortei che fanno fatica soprattutto a consolidarsi come presenza forte e non occasionale, anche se ha aperto il cuore la dissociazione aperta e plateale del figlio di un camorrista. Naomi lotta ancora per la vita.  Senza saperlo, si è posta come ostacolo naturale – travolta, scaraventata a terra e poi colpita- sulla via dell’ennesimo, brutale regolamento di conti tra clan rivali, con la moto che si avvicina alla vittima designata e il grilletto premuto più volte, costi quel che costi anche per chi si trova nei paraggi. Scene di ordinaria follia, sulle quali ruota però un copione sempre più consunto, fatto di sollevazioni che, soprattutto per parte politica, durano quel che possono, prese di posizione sostenute dal coraggio del momento, annuncio di misure che quasi mai riescono a rendersi concrete. Se la forma è quella di una mobilitazione regolata semplicemente dall’onda emotiva, occorre dire che essa serve davvero a poco; e anzi contribuisce a tenere nascosta una prospettiva che invece per Napoli è sempre più inquietante e chiara. Le pallottole vaganti che fanno sempre più vittime tra bambini e adolescenti – come sul fronte opposto il fenomeno delle baby gang- indicano il punto estremo di una violenza che gruppi organizzati o no di malviventi hanno steso come ‘rete a strascico’ sull’intera città. Non si guarda in faccia a nessuno, e non c’è quindi riguardo neppure per i bambini. In questo senso non esistono pallottole vaganti, o proiettili che colpiscono ‘a caso’ bambini. È una violenza che nasce cieca di proposito, mette le bende agli occhi e al cuore e non si fa scrupoli di niente e nessuno. In termini tecnici si configura come guerriglia urbana, quindi attrezzata – per la sua scellerata natura – a non tenere in gran conto lo schieramento tradizionale, seppure potenziato, della forza pubblica di contrasto. Dire che la repressione da sola non basta, non può costituire quindi solo una (banale) constatazione, ma dovrebbe spingere a cambi di strategia in ogni campo. Per farlo, occorrerebbe una lucidità d’azione che manca, appannata anche dal frastuono di polemiche e di accuse reciproche, che ha il solo risultato di spostare l’asse verso un infinito, estenuante e infine consolatorio dibattito sulla natura stessa della città. Passa così in secondo piano la necessità primaria di una risposta non sporadica e con assunzioni di responsabilità chiare e definite: nella gestione dell’ordine pubblico, come nella funzionalità di un’amministrazione complessiva che nella carenza dei servizi essenziali- scuola, sanità, trasporti, cura dell’ambiente, a cominciare da una passabile cura del semplice arredo urbano- rende difficile e faticosa la vita quotidiana delle persone. E ciò sullo sfondo della cronica mancanza di lavoro che affligge soprattutto i giovani.

In questo quadro è invece sempre in agguato la più stantia delle soluzioni: fare di Napoli una sorta di fenomeno da baraccone sociologico, mettendo insieme tutti gli stereotipi che la perseguitano da secoli e ora aggiornati sulle opposte versioni (e visioni) del solito “rinascimento prossimo venturo” – alimentato magari da un incremento del flusso turistico – e di una faida sanguinaria che ogni giorno accoltella alle spalle il futuro della città.

È vero: il mare della normalità non ha mai bagnato Napoli. Ma questa terra non è neppure un deserto. Non può rassegnarsi, pur con tutti i fallimenti alle spalle, a vedere scorrazzare per le sue strade e ogni ora del giorno, bande di criminali impegnati a regolare nel sangue- anche di altri – i propri conti sporchi.   Si potrebbe parlare di emergenza se anch’essa non avesse varcato i suoi limiti naturali. Ma non è il caso di arrovellarsi sulle più o meno giunte definizione di un fenomeno. È senza dubbio più utile prendere coscienza delle cose da fare, e costruire, o ricostruire, attorno a Napoli i suoi argini naturali.  Primo fra tutti è la speranza, ma occorre che essa venga giustificata dai versanti giusti, per esempio dalle attenzioni che ad essa continuano a riservare Papa Francesco – che il 21 giugno ritornerà in città, alla Facoltà teologica dell’Italia meridionale a Posillipo, per una consegna alta e significativa, come capitale naturale del dialogo e della pace nei Paesi del Mediterraneo- e il Capo dello Stato, Mattarella, testimone discreto e prestigioso di quella bellezza in senso lato che la città continua a esprimere. Non si parte da zero. Senza una rete all’opera nei territori spesso inesplorati del bene comune, Napoli sarebbe già morta. A tenerla in vita è tutto ciò che anche in silenzio si oppone alla sua deriva. Non resta in silenzio, e alza più che può la voce la chiesa locale’: quando si tratta di difendere chi più soffre i “mali di Napoli”, i poveri e i vessati. Ma viene anche il momento di stare accanto, di capire, di formare. Soprattutto di pregare, perché anche la solidarietà, da queste parti, ha bisogno di trasformarsi in qualcosa in più. In un supplemento che si chiama amore. Napoli, nonostante le sue cronache del momento, sa di che si parla.

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Angelo Scelzo

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