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NEL PAESE DEGLI AMICI DI STEFANO UN ABBRACCIO CHE AFFRONTA LA MORTE

Il dialogo dei giovani di Bracciano dopo la morte di un ventunenne caduto dalla moto



ANGELO SCELZO

Stefano aveva 21 anni. Per uno di questa età è difficile raccontare qualcosa di importante. E infatti Stefano ha detto – anche a chi non l’aveva mai incontrato – il tanto, il tutto di sé nel momento in cui, all’improvviso, gli è toccato l’addio. Era una mattina di piena estate, negli occhi ancora l’allegria di una serata con gli amici, davanti una strada che portava al primo lavoro, una sostituzione-ferie: nel primo tratto, appena lasciato il paese alle spalle, un lungo viale alberato, come a prolungare, anche mentre ci si allontana, la presenza di un luogo familiare e amico. Non è stato così quella mattina. Lo schianto contro un albero ha fermato il viaggio di Stefano. Una notizia in cronaca sul giornale locale, e il rilancio delle accuse a quella strada, la Braccianese, dove sono troppe, accanto agli alberi, le lapidi di strada, e troppe le foto di giovani come Stefano. Ma di diverso, Stefano ha avuto del suo, e l’ha svelato – a rischiarare una vita perfino con la morte – dal momento dell’addio in poi, lungo quel suo ultimo viaggio non più tra filari di alberi, ma tra una schiera di persone che, tutte insieme, Bracciano aveva mai visto. Più di tutto, Bracciano è parso, all’improvviso, il paese dei giovani. Sono usciti tutti di casa. E si sono schierati in un largo semicerchio, una mano sulla spalla dell’altro, davanti al portellone del carro funebre, dove la bara, uscita dalla chiesa, era stata appena deposta. Sembrava una squadra impegnata a raccogliere le proprie forze, e metterle in comune per gettarle nella mischia della gara. Era però, come tutti hanno potuto vedere, qualcosa d’altro. Perché i giovani hanno preso a ‘parlare’ con il loro amico. E hanno iniziato con Stefano un colloquio per il quale non avevano bisogno che Stefano rispondesse, perché davano per scontato risposte che non potevano avere suono, ma non per questo risultavano meno vere e reali. «Stefano, dai. E smettila di fare lo stupido. Esci da questo scherzo. Ci hai stufato». E un altro: «Sempre lo stesso.

Fai il serio, se ti riesce». E ancora: «A Ste’ daje che c’avemo da fa’. C’avemo la partita. Che dici? che siete voi i più forti. Ma famme er piacere. Sei proprio un romanista…». Parole semplici, gli sfottò di tutti i giorni, i gesti di una quotidianità che si spartivano insieme, nel piccolo scenario di un paese costruito su misura sulle loro vite. La piazza, il corso, la stazione e le fermate degli autobus per Roma. E quella strada, l’unica possibile, che da Bracciano porta alla capitale e che quella mattina Stefano aveva percorso, per l’ultima volta, per andare al lavoro.

A quel dialogo, il paese – la piazza della chiesa, e quella dello ‘struscio’, le vie che portano verso Roma, e il resto delle persone, rimaste dietro quella tenera barriera di pietà – assisteva come frastornato da qualcosa di improvviso e di imprevisto. Che stava accadendo? E per quale mistero, quel gruppo di giovani, presidiando fino all’ultimo quella bara, sembravano appropriarsi di tutto il paese: piazza, strade, persone che lasciavano il campo, quasi immobili e stupite di fronte a quel colloquio che sembrava fermare il tempo ma anche la morte?

Semplicemente comandavano loro.

Erano loro a dire alla morte di attendere, di non poter accampare altri diritti di fronte a quel giovane, a uno di loro, al quale avevano ancora tanto da dire. Sembrava che, con quella loro determinazione, volessero prendere per il bavero la morte: affrontarla a viso aperto per ciò che aveva fatto a Stefano. Anche i genitori, il papà Emilio, gendarme vaticano, la mamma Emanuela, catechista, e le due sorelle Federica e Alessandra, sono rimasti dietro a quel cordone di estrema e quasi disperata pietà, dietro anche durante la processione nel paese. A scortare la bara gli amici. Lungo le strade della loro vita hanno continuato quel colloquio mai così intimo ma, al tempo stesso, così plateale: come per dare uno schiaffo a chi era venuto a portarsi via uno di loro.

(Perché ho raccontato del funerale di Stefano? Un amico al rientro delle ferie mi ha chiesto: com’è andata questa estate? A lui non l’ho raccontato, ma di questa estate, mi è venuto in mente come un lampo, quella ‘festa di vita’ di Bracciano: in morte di Stefano).
Angelo Scelzo

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