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NAVARRO-VALLS, E COSI’ FINI’ L’ERA DEI “PORTASILENZI”

La rivoluzione comunicativa dello storico portavoce di Giovanni Paolo II

 Angelo Scelzo

I vaticanisti sanno graffiare, ma non soltanto ad essi era venuta in mente la definizione, un po’ ingenerosa, di porta silenzi, per inquadrare l’impegno non facile dei primi direttori della Sala stampa, tutti ecclesiastici, e posti a capo di un organismo nato a sua volta a porte socchiuse ( prima sede fu un minuscolo ufficio all’interno dell’Osservatore Romano) . Le notizie, si davano, ma in qualche modo si officiavano, con il mitico Bollettino a scandire i tempi canonici per una diffusione che non prevedeva ancora la galassia digitale e i suoi innumerevoli derivati.

Poi venne papa Wojtyla. E qualche anno dopo, nel settembre del 1984, Joaquin Navarro Valls, medico, membro numerario della Prelatura dell’Opus Dei, corrispondente per l’Italia e il Medio Oriente del quotidiano spagnolo ABC. Il portavoce. È’ così che sarà ricordato perché è’ questo il termine che esprime la svolta: dall’informazione sommessa e attutita, alla sfida del confronto e della trasparenza che si è delineata con sempre maggiore convinzione e chiarezza negli ultimi anni, e alla quale Navarro ha dato un contributo determinante.

Quando fu chiamato in Vaticano, le novità non si fermarono alla nomina. Si trattava del primo laico alla guida del Sala stampa, ma anche questa circostanza poteva rientrare nel forte rinnovamento già avviato dal pontificato del primo Papa non italiano dopo quattro secoli di storia della Chiesa. Si capì subito, però, di che stoffa era fatto, e qual era la personalità del medico- giornalista spagnolo. Il cambio di passo della Sala stampa fu immediato, e su due livelli essenziali. In breve, prim’ancora che venisse sancito dalla “Pastor Bonus”, Navarro ottenne per la Sala stampa, un’autonomia non solo operativa ma sostanziale, dal momento che formalmente si trattava ancora di un ufficio dipendente dal Dicastero delle comunicazioni. L’altro piano riguardava la struttura: uno dei segni aveva a che fare con la disposizione, quasi l’arredo, dell’ufficio, con il lungo salone riservato ai giornalisti e dove ogni giorno, intorno al tavolo della “mazzetta” di consultazione dei giornali e delle pubblicazioni selezionate, avvenivano riunioni informali. Nessun vaticanista mancava a quel l’appuntamento quotidiano che, il più delle volte, si trasformava in una produttiva riunione non solo di lavoro, ma di reale approfondimento del proprio impegno. Navarro-Valls era il direttore attento di un’orchestra dai toni e dai suoni spesso molto diversi, ma fortemente consapevole di un ruolo che il pontificato di Giovanni Paolo II esaltava e rendeva allo stesso tempo più impegnativo.

Erano ormai alle spalle i ‘silenzi’ del tempo del Concilio e la naturale prudenza, anche nel campo della comunicazione, diventava una ‘ virtu’ un po’ meno praticata.

Che il Papa facesse ‘notizia’ era del tutto evidente. Wojtyla incarnava in sé la rappresentazione di un grande ritorno della figura stessa del papato. Ai vaticanisti spettava allora il compito della giusta interpretazione di eventi che solo di riflesso diventavano mediatici, e che andavano quindi illustrati con categorie nuove e inedite. In questo cammino Navarro Valls, con una Sala stampa che si aggiornava ai tempi, anche come organizzazione e struttura, si rivelò un punto di riferimento non solo per i vaticanisti, ma anche per una serie di importanti comunicatori che, da diversi fronti, avevano cominciato a guardare con crescente interesse a ciò che accadeva intorno a San Pietro. Si faceva strada, in questo modo, una visione più internazionale dell’informazione vaticana. Non che prima gli orizzonti fossero limitati, ma la dimensione internazionale divenne, da allora in poi, una sorte di insediamento costante e definitivo nelle file di un’informazione che stentava, talvolta, a star dietro al passo e alle iniziative del pontificato di Wojtyla. Naturalmente il compito diventata più esigente anche per lo stesso Navarro Valls, chiamato a mettere alla prova la sua vasta esperienza giornalistica in un ambiente per lui nuovo è poco abituato a ‘lasciar fare’ ai laici. Ma i tempi erano cambiati anche in questo senso, tanto che a Navarro riuscì, come mai era avvenuto prima, di varcare ordinariamente la soglia dell’accesso diretto al Papa, rappresentata dall'”Appartamento”, un luogo “istituzionalmente” fuori dagli schemi, ma, come si può capire, di importanza primaria e vitale. Contavano i rapporti personali e, oltre alla stima professionale, anche l’affetto. Di Navarro divennero ‘notizia’, lui sempre compassato seppur cordiale e talvolta gioviale, le lacrime alla lettura dell’ultimo bollettino che annunciava la fine imminente del Papa.

Portavoce, ma proprio in base a un tale rapporto, anche molto di più. Navarro membro di importanti commissioni internazionali, o mediatore e battistrada della visita di Giovanni Paolo a Fidel Castro, non era una sorta di premio alla carriera, ma lo sviluppo, sul versante di una comunicazione sempre aperta al dialogo, di una ” pubblic diplomacy” che si rendeva sempre più necessaria come risposta ai tempi nuovi di una comunicazione  che metteva all’angolo i vecchi strumenti del rapporto è dei dispacci in cifra per affidarsi a contatto più diretti e informali, o anche al l’ausilio diretto delle forme di new tecnology.

Più agile di una formazione diplomatica, più aperta al mondo, maggiormente a contatto con le realtà e soprattutto con gli “opinion maker”, questa rappresentanza sui generis permise che anche all’interno del Vaticano l’immagine complessiva della Sala stampa subisse una sorta di trasformazione di genere. Era la Sala stampa di Navarro- Valls.

Angelo Scelzo

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