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L’EMERGENZA, IL PANE QUOTIDIANO DI NAPOLI

Nella città in cui può accadere di tutto, non è più tempo per le deleghe- Il ruolo della Chiesa



ANGELO SCELZO

I n tempi normali la domanda sarebbe stata: ma che cosa succede a Napoli? Il fatto è che a Napoli i tempi normali sono un’eccezione di cui si è perso il ricordo.

L’emergenza è il pane quotidiano di una città diventata eccessiva in ogni sua manifestazione. Nel bene e nel male. Il bene scorre senza che quasi nessuno se ne accorga, il male più che scorrere diluvia e, rompendo gli argini, invade sempre nuovi territori e lascia dietro di sé altre rovine.
A Napoli si può morire per sbaglio – e Lino Romano, il giovane di Cardito, non è stata la prima vittima di uno scambio di persona – ma la formula della «persona sbagliata nel posto sbagliato» – come ha giustamente osservato l’arcivescovo Spinillo – continua ad assolvere un errore che ha altre radici, a cominciare dalla proliferazione di bande malavitose che si aggiungono, ormai, alla rete camorristica già esistente. A Napoli – e dintorni – può accadere che un bambino di dieci anni pensi di risolvere una lite con un coetaneo o poco più mettendo mano a un coltello. E che non trovi grande spazio in cronaca un altro accoltellamento, quello di un diciannovenne aggredito dal branco nella movida del lungomare. Napoli è ancora una città e non un fronte di guerra. Ma occorre anche aggiungere che la deriva può essere vicina. I segni di una città allo stremo ci sono tutti e vanno messi nel conto di un futuro che si annuncia inquietante. Gli esperti parlano di una nuova guerra tra bande di camorra per il controllo del malaffare, che assicura proventi di fronte ai quali l’attività legale impallidisce. I morti ammazzati per strada, quasi tutti giovani, diventano la fredda conferma di una previsione che, a sua volta, si trasforma in tragica contabilità di cifre.

Sono conti che drammaticamente tornano. Ma di altri esperti la città mostra di avere disperato bisogno. Si tratta di coloro oggi in grado non solo di parlare di una città allo stremo, ma di indicare, uno a uno, i cedimenti che rischiano di far crollare l’edificio-Napoli e di mettervi subito mano. La speranza abita su questo versante; dal momento che è su questo versante che s’incontra la realtà viva di Napoli, quella che non ha esitato a scendere in piazza, perché in questo tempo non ha esitato a prendere la città dal cuore, e starle vicina, amarla, darle coraggio, pur evitando vuoti e sterili pietismi. Una città così non si ama coprendo o nascondendo i suoi mali o anche le sue colpe. Dire che la speranza a Napoli oggi è la sua Chiesa locale , guidata da un pastore saggio e generoso, come il cardinale Sepe, significa anche rammaricarsi del vuoto di istituzioni per le quali la città non sembra altro che un’eterna e quasi insolubile emergenza.

Diverso, nei suoi confronti, è non solo l’atteggiamento, ma anche il ‘passo’, che impedisce talvolta di valutare a fondo i momenti, e perfino le forme.

Don Patriciello che si reca in prefettura a sollecitare provvedimenti è l’altra faccia di una Chiesa che ha detto addio al tempo delle deleghe e considera del tutto normale – com’è giusto che sia – rappresentare dal vivo i bisogni e le attese del territorio. Solo così, d’altra parte, le fiaccolate possono illuminare davvero, com’è accaduto a Marianella.

Su Napoli la Chiesa, a parte il cuore, sta mostrando di avere i riflessi pronti.

L’esperienza del Giubileo cittadino ha lasciato tracce anche in questo senso: una comunità che sa pregare e sa varcare senza indugio le porte delle sacrestie. Duemila persone in piazza, dopo l’appello di ben sedici parroci. Se Napoli può ripartire, la direzione, quantomeno, ora è ben chiara. In fondo, si tratta di fare in modo che il bene riesca a scorrere e a guadagnare anche la luce.

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Angelo Scelzo

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