ANGELO SCELZO È la preghiera delle maiuscole e dei punti esclamativi, dei sospiri e quasi dei gemiti dell’anima: lo spartito è quello di una litania, e il respiro rimanda alle antiche invocazioni dei manuali di una fede di epoche passate. La Supplica – canonicamente indirizzata alla Regina del SS. Rosario di Pompei – è un’orazione, ma rispetto ai tempi, arriva ad avere il sapore di una, sia pur devota, sfida o addirittura «provocazione». Sono, infatti,come pagine di una grammatica un po’ dismessa quelle che, in modo solenne, l’8 maggio e la prima domenica di ottobre, ripropongono il linguaggio di una fede che non chiede, ma «impetra», «invoca» e quasi mette da parte le parole, lasciando così spazio all’effusione dei cuori. Già al solo evocarla, la Supplica rimanda a un mondo devozionale racchiuso e quasi protetto da una serie di espressioni che continuano a fronteggiare i tempi, proprio come tutto il «popolo» del Rosario per il quale Pompei resta un orizzonte senza tramonto. È stato così anche ieri, per la celebrazione guidata dal cardinale vicario di Roma, Agostino Vallini, lunghi anni di permanenza in Campania e una naturale e visibile consuetudine con il Santuario: come quella dei tanti pellegrini, provenienti da ogni parte, per i quali la corona del Rosario continua a essere il «bagaglio» che rende, allo stesso tempo, più solenni e leggeri i loro passi sulla strada, spianata il secolo scorso, da Bartolo Longo. Le parole e le invocazioni della Supplica sembrano perciò tanti ponti gettati da una parte e dall’altra di due mondi nel tentativo di incontrarsi e di ricostruire una storia nuova e condivisa. Parole arcaiche che altrove hanno forse suoni fuori del tempo, ma che da Pompei – la città che è due città, l’antica e la nuova – indicano misteriosamente la strada del futuro. Non si fa fatica a rintracciare la trama, aggiornata all’oggi, di quella spiritualità ottocentesca fatta di poche parole e molti santi – come il beato Bartolo Longo, padre e fondatore della Nuova Pompei – e una schiera di compagni e sodali tanto vasta – dal «medico santo» Giuseppe Moscati, a padre Ludovico da Casoria, a Sant’Annibale M. Di Francia e alla Volpicelli – da dar luogo al grande filone della santità sociale del Mezzogiorno d’Italia. Ognuno di questi epigoni si è trovato di fronte al dramma di una «questione meridionale» del tempo, con le punte di una povertà neppure scalfite da quel modernismo senza sviluppo che sarebbe venuto dopo, come illusione di decisivi e mai realizzati passi in avanti. E nessuno di essi ha avuto esitazioni a metter mano alla preghiera, come alla più solida delle «prime pietre» sulla quale far nascere poi le Opere e, da queste, puntare a uno sviluppo a tutto campo, con al centro l’uomo e la sua dignità. La Supplica è, in questo senso, anche il manifesto di una città che, pur nelle contraddizioni del presente, è un monumento vivo alla funzione delle opere, ma soprattutto al valore della carità sociale. E questo perché è una preghiera che porta tutto allo scoperto, a cominciare dall’umiltà e dalla forza di una fede che viene da lontano e che diventa riflesso di un popolo – quello del Rosario – sempre uguale a se stesso e per il quale le parole dell’orazione diventano frammenti di vita vissuta. Si pensa al passato e quasi a una fede di «retroguardia» che ostenta la sua natura popolare e arriva a farsi riconoscere attraverso i suoi riti: la preghiera sempre in punta di labbra, la corona del rosario – «dolce catena che rannoda a Dio» nelle parole della Supplica. Ma né il passato né la retroguardia – s’è visto ancora una volta, con un cardinale dal cuore mariano a intonare le strofe – hanno molto a che fare con la Supplica. Che è «solo» una preghiera di parole antiche, ma di sguardi costantemente proiettati al futuro. |
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