Angelo Scelzo
Sono anni che la comunicazione vaticana fa notizia. Trovarsi puntati i riflettori addosso non è mai stato il primo dei suoi obiettivi e va quindi considerato come una contraddizione della quale rendere conto. Le dimissioni nell’ultimo giorno dell’anno del direttore della sala stampa, Greg Burke, e della vice, la spagnola Paloma Garcia Ovejero, con l’affidamento dell’incarico ad interim ad Alessandro Gisotti, hanno fatto parlare di botti di fine anno, o di ribaltoni, in un asseto che solo qualche settimana prima era stato modificato, non semplicemente ritoccato, dalla sostituzione del direttore dell’Osservatore Romano, Gian Maria Vian con Andrea Monda e dall’ingresso di Andrea Tornielli nella funzione- chiave di direttore editoriale del Dicastero della comunicazione. Occorre peraltro considerare che neppure la nomina, fortemente innovativa, di un laico, Paolo Ruffini, alla guida del Dicastero, risale a un tempo lontano, essendo questione di mesi.
Tutto nuovo, quindi, sulla scia di una riforma tra le più attese e, per alcuni aspetti, tra le più complesse di quelle in atto nel pontificato. È questo il primo elemento che induce a sottrarre anche le ultime vicende da una visione puramente polemica, come quella di un ribaltone, o peggio, di una “resa dei conti” sulla via dei nuovi assetti. In realtà, parlare di riforma è forse poco perché ciò che viene chiesto al Dicastero guidato da Ruffini è di delineare le forme e i modi della nuova comunicazione vaticana chiamata a prendere una sorta di testimone storico da quella che ha segnato l’intero dopo Concilio fino a ieri. Più che un passaggio di consegne, un passaggio di epoca, fortemente segnato da una rivoluzione tecnologica che ha già modificato, in senso multimediale, tutto lo schieramento dei media della Santa Sede. Fin dai primi passi, le nuove tecnologie non hanno infatti trovato strade sbarrate in Vaticano. È stato anzi Papa Benedetto, che ha continuato sempre a scrivere con una matita, a dare la svolta decisiva – sia in senso teologico (memorabile il suo Messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni su:” Verità, annuncio e autenticità di vita nell’era digitale”) che sul piano operativo, aprendo un proprio account tweet. Sono stati anche gli anni di una comunicazione difficile, segnata da una serie di vere e proprie emergenze come lo scandalo Vatileaks, l’insorgere del dramma pedofilia, il processo per la fuga dei documenti dalla Cosea (il braccio operativo del Consiglio dei cardinali per “lo studio dei problemi organizzativi ed economici della Santa Sede”) che ha interessato in maniera diretta i tentativi di una prima riorganizzazione dei media vaticani. Accanto a una lunga gestione, dal Giubileo in poi, di una serie di grandi eventi – i conclavi e la rinuncia di Papa Benedetto su tutti – alla comunicazione vaticana si è così spalancata davanti la strada di una radicale messa a punto di tutta la struttura. Quando Papa Francesco, tra i primi atti del pontificato, ha avviato ufficialmente la riforma, i tempi erano già più che maturi.
L’essenzialità di tali riferimenti appare indispensabile per capire meglio e valutare più a fondo i primi passi, e naturalmente anche le prime difficoltà, di una riforma di così grande portata. Se si considerano le difficoltà in cui fu varato, dai padri Conciliari, il decreto Inter Mirifica, (“Un decreto inutile e dannoso, secondo alcune definizioni del tempo) tuttora riconosciuta come la magna carta della comunicazione ecclesiale, si comprendono meglio anche le incertezze di un processo appena avviato e di così grandi, inevitabili, ambizioni. In maniera ancora più specifica, anche la nascita della stessa Sala Stampa- istituita per la decisa volontà di Paolo VI- si trovò già all’inizio a confrontarsi con problemi non dissimili dall’oggi, incardinata, com’era, all’interno di un Dicastero, quella Commissione per le Comunicazioni sociali nata ancor prima del Concilio e che, in seguito, da Giovanni Paolo II, fu trasformato in Pontificio Consiglio. Seguire l’evoluzione dei media vaticani – e della variazione del loro assetto durante gli anni – resta una buona strada per continuare a raccogliere indicazioni utili anche per l’oggi. In maniera forse più eloquente che altrove, la storia in Vaticano, non smette mai di parlare. A condizione però che lo sguardo sia rivolto al futuro e quindi all’attuazione di una riforma della quale, secondo il monito di Papa Francesco, “non bisogna aver paura “, poiché “non si tratta di imbiancare un po’ le cose”.
I passi compiuti direttamente dal Papa sono andati proprio nella direzione di un cambiamento radicale, mettendo tuttavia in atto passaggi tradizionali, come quello della creazione di una prima commissione, guidata da Lord Christopher Patten, dalla quale è scaturito il documento- guida di attuazione in cui è delineata l’architettura complessiva dei media vaticani, vecchi e nuovi. Non è senza significato il fatto che a gestire questa fase si trovi un vertice del tutto rinnovato, e il cui segno forte è quello di una professionalità, esercitata a livelli alti e maturata all’esterno delle mura vaticane -seppure con il riferimento costante alle questioni di fede. Anche questa è, a suo modo, una sfida, o almeno un nuovo corso importante sulla via del rinnovamento dei media vaticani.
Tutto il nuovo messo in campo appare, in sostanza, ancora più significativo dei diversi colpi a sorpresa – ribaltoni et similia – che sembrerebbero minare il terreno della riforma. I media vaticani si sono fortificati e non poco, durante il loro mai facile cammino. Mai come ora è tempo di guardare avanti. Con serenità e coraggio.
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