Angelo Scelzo
Il “cerchio magico” esiste ed è ora quella cosa che, nata, creata e impastata a Napoli, è andata a conquistarsi, in una lontana trasferta nell’isola di Jeju in Corea del Sud, il titolo dell’Unesco di patrimonio (chissà perché’) immateriale dell’umanità. Narrano le cronache che ci sono voluti otto anni di negoziati per arrivare a un riconoscimento che, per altre vie, certo meno ufficiali, poteva ritenersi acquisito sul campo, o meglio sulle tavole di tutti i Paesi del mondo dove la pizza se non è Regina è solo perché non è detto che sia solo Margherita. Quanto a fantasia Napoli è un forno sempre acceso e ci voleva poco a chiamare “Unesco” le prime “tonde” offerte in giro, in segno di esultanza, per strade e per vicoli, da pizzaioli fieri e impettiti per il salto di rango. Non è scudetto ma, a ben vedere, qualcosa in più e perfino oltre la stessa Champion League, dalla quale proprio ieri – vedi la coincidenza – la squadra di Sarri ha dovuto dire addio. C’era sulle sorti della squadra azzurra anche il sospetto di una “torta “ai suoi danni per impedirle di passare il turno, ma uscendo sconfitto in Olanda, il Napoli ha poi fatto tutto da solo. Niente “torte”, quindi, ma questa pizza in salsa (per fortuna virtuale) coreana ha dato sapore a una città impegnata a ritrovare sé stessa e a fare i conti, una volta tanto, anche con i propri miti. Nella folla dei simboli di Napoli – le canzoni, il mandolino, il sole, il cielo e il mare- la pizza ha sempre avuto un posto di riguardo. È stata la pietanza povera ammessa a tutte le tavole, proprio come una damigella a tutte le corte. A cominciare da quella di Capodimonte dove, per le mani e l’impasto di Raffaele Esposito, cuoco, la Regina Margherita, nel giugno dell’Ottantanove, assaggiando il manufatto, diede inizio di persona, a una “discendenza” in forma tonda e intonazione patriottica con i colori bianco rosso e verde di farina, pomodoro, mozzarella e basilico.
Era stato solo il “la’” a una sinfonia di altri colori e sapori, con varianti di ogni tipo che attingevano di volta in volta alle mode gastronomiche, e più ancora ai fatti, e ai personaggi della città. Come per i “pastori” a San Biagio dei Librai, la pizza con dedica è uno status riservato a pochi: non si contano, per esempio, le varietà di “Maradona”, tuttora in corso legale con annessi messaggi sulla vecchia questione che “è sempre megl’ ‘e Pelé”.
Del “colore” di Napoli la pizza è certamente uno dei piatti forti – anche se “piegata a libretto” e consumata sul posto può dirsi anche, e in tutti i sensi, un piatto unico.
Il colore, ma non solo.
Nella motivazione del riconoscimento l’Unesco si è lasciata andare. Ha parlato di “know-how culinario” ma poi, forse per farsi perdonare l’inglesismo fuori posto, ha legato la produzione della pizza ai “gesti, alle canzoni, alle espressioni visuali, al gergo locale, alla capacità di maneggiare l’impasto” ed “esibirsi e condividere un indiscutibile patrimonio culturale”.
Tanto di cappello, e di tavola imbandita, di fronte a questo (nuovo) patrimonio dell’umanità. Senza che la pratica passasse all’Unesco, la pizza, per conto proprio, s’era però già fatta largo come piccolo ma non secondario patrimonio di umanità, nel senso di un naturale e quasi ostentato invito all’essenzialità’, ai mezzi e agli ingredienti poveri. Senza buttarla in sociologia, la pizza ha di per se’ , Margherita o no, una forte vocazione alla comunità: chiama e reclama compagnia, allontana distanze, crea amicizie. Nel suo piccolo è un piatto con tutti gli ingredienti che Napoli non dovrebbe farsi mancare in nessun’altra delle sue tavole imbandite o meno. La pizza che sale di rango e’ a suo modo un simbolo; e con il corredo di qualche cifra da non prendere sottogamba. Almeno centomila sono gli occupati nel settore, e il giro di affari supera i 12 miliardi.
Solo in Italia ogni giorno, nei circa 63 mila locali, si sfornano oltre 5 milioni di pizze. Non c’è che dire: è un “patrimonio” bell ‘e servito.
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