| Angelo Scelzo La sua corsia di marcia, nei giorni delle Olimpiadi di Rio de Janeiro, è stata fino all’ultimo una strada senza nome dell’Agro aversano, nei punti in cui l’asfalto, come una pelle troppo sottile, lascia il campo allo sterrato di pietre e polvere che accompagna, in più tratti, la massicciata dei binari ferroviari. Era il terreno diventato di casa per Sahim Laaraichi, arrivata dal Marocco, neppure tanti anni fa, dieci, visto che in tutto ne aveva 36, ma quanti sono bastati per farla conoscere come “la maratoneta”, la donna che non si fermava mai, e che forse anche a Casapulla, il piccolo centro dove viveva, era arrivata di corsa, lasciandosi alle spalle il peso di stenti e sofferenze. Sahim, sempre correndo, ha preso a un tratto la corsia sbagliata, quella che porta fuori gara se in palio c’è il podio di un’Olimpiade o anche la coppa di una maratona di paese, come le tante nelle quali Sahim sbaragliava il campo. Era diventata, non a caso, la punta di diamante di un’associazione amatoriale, “Il Laghetto”, e a passo svelto, come la sua corsa, aveva guadagnato più che l’integrazione una identità tutta sua. Sahim che dalle coppe e dai premi dei traguardi di paesi in festa, riusciva a mandare a casa anche un concreto aiuto per la famiglia. Ma alla bella favola, in un attimo, è venuto a mancare il lieto fine. Un treno in corsa, di quelli che sfrecciano e riassumono in un lampo la terra dei suoi passi. Prima la motrice della Frecciabianca Caserta-Roma, poi un locale appena partito dalla vicina stazione di Santa Maria Capua Vetere. Un tremendo doppio impatto. Uscire dalla corsia non è stato per Sahim come prendersi una squalifica o abbandonare la gara. Lei non era alle Olimpiadi: forse le sognava, ma calpestava pietre e polvere e non vedeva intorno folla, ma stradoni senza fine, e donne come lei, però ferme e in attesa, una campagna sfiorita, palazzi anonimi e case alla rinfusa, piccole discariche sotto il cavalcavia di un asse viario tronfio e inutilmente pomposo già nel nome. A lei delle Olimpiadi era toccato proprio l’altro mondo, la parete scura e periferica di un palcoscenico che in questi giorni sfavilla. Con la sua ultima corsa Sahim ha però accorciato le distanze, accendendo a suo modo, e ravvivando di umanità, una terra che si è sentita scossa e toccata dalla sua favola triste. Il dolore e il rimpianto per la sua morte hanno unito, come mai era accaduto, la comunità immigrata musulmana e quella locale cristiana. La gara in nome di Sahim si è trasformata, così, in quella di una raccolta di solidarietà per le spese di trasporto della salma in Marocco. La gente del posto avrebbe voluto che Sahim, anche da morta, non lasciasse la terra attraversata in vita da corse e sorrisi. Nessuna traccia produce più contrasto e resta perciò visibile, in una terra così a lungo violata. Sahim, con la sua corsa e il suo sorriso, dal Marocco, era venuta come per un cambio di scena, una bonifica avviata in silenzio, innestata nei tanti e misteriosi ingranaggi di una vita quotidiana che non ha bisogno di spalti e di bandiere per i suoi ordinari traguardi. Sahim ha portato avanti il suo lavoro. Di corsa, fino all’ultimo ostacolo. Nessun podio può valere più di questo. © RIPRODUZIONE RISERVATA |
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