Il Covid si è messo di traverso anche nel passaggio di consegne alla guida della chiesa di Napoli, tra il cardinale Sepe e il successore, don Mimmo Battaglia, entrambi contagiati, seppure senza gravi conseguenze, e costretti a rivedere i loro rispettivi programmi.
Questo ulteriore e non previsto tempo sospeso può forse aiutare a delineare meglio e più a fondo ciò che in questo passaggio, e perfino al di là delle stesse persone, la chiesa di Napoli lascia sul vasto campo del suo impegno nei confronti della città. Tra i tanti c’è un tema che, con la formazione di un nuovo governo alla guida del Paese, riacquista una sua immediata attualità e riporta proprio su Napoli e più in generale il Mezzogiorno, il suo centro di interesse.
Più che di un tema si tratta di una questione: sì, proprio la vecchia e mai dimenticata questione meridionale che, tuttavia, per iniziativa della chiesa di Napoli stava vivendo un promettente ritorno di fiamma, fondato su un assunto non dato per scontato: il fatto che anche la chiesa, al suo interno, non ne fosse al riparo e ne subisse tutte le divaricanti – e imbarazzanti – conseguenze. Sono state essenzialmente due le modalità attraverso le quali Napoli, negli ultimi tempi, si è posta alla testa di un rilancio della questione Mezzogiorno: il richiamo all’aggiornamento e all’attualità degli studi, togliendo polvere – attraverso una serie di importanti incontri interregionali, primo fra tutti quello indetto dalla diocesi e tenuto alla Stazione Marittima nel febbraio 2017 su Chiesa e lavoro: quale futuro per i giovani del Sud – alla non ponderosa documentazione della chiesa italiana, culminata in due pubblicazioni a distanza di vent’anni l’una dall’altra (Per un Paese soldale. Chiesa italiana e Mezzogiorno, del 2010 e Sviluppo nella solidarietà. Chiesa italiana e Mezzogiorno, del 1990).
Il tutto sull’asse portante della famosa «Lettera collettiva dei vescovi del Mezzogiorno» nell’immediato dopoguerra, considerata tuttora la magna carta del meridionalismo cattolico. Certamente più incisiva e più direttamente legata all’eredità che la chiesa di Sepe lascia al successore, è l’altra modalità messa in campo negli anni. Riguarda in prima persona la figura del cardinale emerito che di Napoli è stato naturalmente il Pastore, ma che alla luce del suo particolare cursus ecclesiale – carriera diplomatica alle spalle, una lunga militanza in Segreteria di Stato e nella curia vaticana – ha finito per svolgere anche nel territorio diocesano, una funzione un po’ speciale.
Tratto originale dell’episcopato di Sepe è stata infatti la difficile e anzi sorprendente coesione di aspetti così apparentemente lontani: di guida pastorale ma in un certo senso, anche di Nunzio, di ambasciatore nel senso classico di Napoli per il mondo, così da dilatarne ogni aspetto. In questo senso, il rilancio della questione meridionale è stato un significativo banco di prova. Scomparsa e messa da parte anche come forma di dibattito, è poi risorta dalle ceneri e da Napoli ha riguadagnato una ribalta quasi insperata. Alle spalle nessuna particolare strategia comunicativa se non, combinate insieme, la mai dismessa attitudine di un Nunzio, ossia di un rappresentante del Papa, e la lucidità di pastore attento alla città e alla sua dimensione. Per Sepe è stato il modo per ampliare ulteriormente il messaggio.
In realtà ha messo Napoli nelle mani dei Papi: quando Giovanni Paolo II, nell’aprile del ‘79, appena l’anno successivo all’elezione visitò la città, erano ben 130 anni dell’ultima visita di un papa, Pio IX rifugiato a Gaeta e invitato nella capitale del Regno da Federico II di Borbone. Nel ritorno in Campania nel Novanta, percorsa in lungo e in largo per quattro giorni, Papa Wojtyla aveva già al suo seguito colui che chiamava il monsignore napoletano, che ebbe parte importante nella visita. Al termine di un memorabile pellegrinaggio, Giovanni Paolo II affidò la consegna pastorale di organizzare la speranza, ponendo a base di ogni impegno proprio il documento, appena pubblicato, della chiesa italiana sulla “questione meridionale”. Quando anni dopo sulla cattedra di Aspreno fu chiamato proprio il monsignore napoletano, quella consegna del Papa riprese forza e vigore fino a diventare il respiro lungo di un rinnovato impegno non solo pastorale per la diocesi e l’intero Mezzogiorno.
Un timbro fortissimo, quello di Papa Wojtyla a Napoli, che riporta a un altro momento di svolta, quello segnato da Papa Francesco, quasi trent’anni dopo, in una delle sue visite più estemporanee – in occasione del convegno sulla Teologia dopo la Veritatis Gaudium alla Facoltà teologica dell’Italia meridionale a Posillipo -. Dalla questione meridionale italiana alla grande questione del Mediterraneo crocevia di dialogo e di pace: sempre Napoli e il suo fondato protagonismo sullo sfondo. Una visione ancora più ampia e aggiornata delle grandi questioni che da questa terra muovono per il mondo. Considerando la visita di Benedetto XVI, nell’ottobre del 2007, primo anno dell’episcopato di Sepe in diocesi, si può ben dire che Napoli sia diventata, più di ogni altra in Italia, la città dei Papi. Non è certamente quello statistico il dato più importante. Resta tuttavia il segno di una città che, anche nei periodi di crisi, non può mai bastare a sé stessa. Napoli è di fatto naturalmente affacciata sulle grandi questioni del mondo. Quella meridionale è la più prossima, e certo nell’agenda di don Mimmo Battaglia, uomo del Sud, il posto non può mancare. Ma non si tratta più di aggiornare i dati. La pandemia sposta ora i termini di ogni questione. Anche all’interno della Chiesa. Esserne consapevoli è la più fondata tra le garanzie per il futuro.
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