Piazza San Pietro o piazza dell’umanità, dove a Francesco, il papa umile per vocazione e per nome, è toccato l’atto audace e drammatico di dover chiedere conto a Dio del suo silenzio, della sua indifferenza, come accadde ai discepoli per Gesù, che dormiva durante una tempesta di mare. «Svegliati o Signore! Non lasciarci in balia della tempesta!» ha implorato, come un profeta dei tempi moderni, e di questi giorni, sui quali sembra scesa la sera. In quella piazza vuota, dove la folla è di casa quasi quanto il colonnato del Bernini che l’abbraccia, Francesco ha portato tutti i segni della chiesa attraverso i secoli: le immagini del crocifisso – o della Madonna e dei santi portati in processione – come la «mano alzata» dei simboli di fede contro le calamità, la peste e le grandi epidemie della storia. Come mai era accaduto in passato, la benedizione Urbi et orbi, dalla loggia della basilica, è «scesa» in strada, nell’atrio che introduce al sagrato e apre la vista sulla città. È tra gli atti solenni del pontificato, e venerdì sera, l’ostensorio, elevato in direzione dei 4 lati di Roma e del mondo, incrociava i rivoli di pioggia che scorrevano dalla tettoia dell’altare; e sullo sfondo, con il suono delle campane che si mischiava a quello delle sirene delle ambulanze, le luci sporadiche e irreali della città in emergenza. E poi il dono dell’indulgenza, voce a «carico», nell’immaginario comune di una chiesa di altri tempi e altri riti, le litanie, la Supplica, le invocazioni, quella alla quale, pur senza voltarle le spalle, anche Francesco appare lontano. Ma in questa grandezza di scenari, anche un papa può avere un ruolo sfumato. E Francesco proprio questo, in fondo, ha cercato perché ad “alzare la mano” contro l’epidemia non poteva andare una chiesa del momento, quella modellata da una modernità che non si può tenere alla porta, o anche dall’audacia pastorale del primo latinoamericano e primo gesuita sulla cattedra di Pietro. E con quel nome, poi.
Non si contano ormai i punti e a capo, ai quali Francesco ha costretto la storia del pontificato. Ma quella preghiera straordinaria al mondo è stata, se possibile, ancora di più. È stata segno di un’unità che fa pensare poco alla contingenza di dibattiti e schieramenti e introduce, invece, un volto di chiesa che sembrava appannato e anche un po’ nascosto e che, spinto strumentalmente oltre, ha suscitato nostalgie d’incerto profilo, sull’onda di una chiesa militante e trionfante, non proprio nelle corde di Papa Bergoglio. Valeva anche per la chiesa quel rammarico espresso dal Papa di essere stati presi alla sprovvista. Ma è ad essa che nei momenti difficili l’umanità, senza distinzioni, neppure di fede, è stata abituata, in virtù quasi di un diritto naturale, a chiedere di più. Una risposta caduta, per l’epidemia al tempo della globalizzazione, sulle spalle di Francesco. E sembrava avvertirne il peso, l’anziano papa, quando a passo lento, incurante della pioggia, si è avviato verso l’altare sul sagrato, per dire al mondo che la barca della chiesa è proprio la barca dell’umanità che soffre e cerca il riparo della speranza. S’è visto subito che era proprio questo il terreno di Francesco. E così, in piazza, accanto a tutti segni del deposito della fede, s’è fatta largo, dalla lettura dell’arciprete della Basilica, il corso tutto nuovo – l’assoluzione dei peccati senza condizione – del rito delle indulgenze, trasformato, dal genio pastorale di Papa Bergoglio, in un atto di pura e totale misericordia. Hanno contato le parole, drammatiche e forti, ma non meno eloquente è stato il tono di un messaggio che ha fatto sintonia con una piazza che quasi sembrava mortificare la propria bellezza per riconvertirsi in un universale anfiteatro della tragedia in corso. Solo, sovrastato da spazi dilatati e irriconoscibili, accerchiati da un silenzio altrettanto irreale, Francesco è andato incontro al passaggio forse più difficile e amaro del suo pontificato. L’epidemia continua a far strage dei più deboli, anziani in testa e ha seminato lutti all’interno della stessa comunità ecclesiale per la morte di numerosissimi sacerdoti e religiosi. La preghiera straordinaria da piazza San Pietro potrebbe restare l’occasione unica di una celebrazione di carattere universale. E proprio mentre si avvicina il tempo di Pasqua che, nel culmine della risurrezione, è la più grande e festosa esplosione di segni della vita cristiana. È un silenzio che pesa, una distanza che mortifica, e che non dà conto di una sensazione forse nuova: non è solo la preghiera a cercare cittadinanza in questi giorni così tormentati e difficili, ma è proprio il mondo a reclamarne la presenza. Una responsabilità e una risposta in più da dare, anche per la chiesa di Francesco.
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