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IL QUOTIDIANO CATTOLICO TELETRASMESSO E STAMPATO A POMPEI

8 APRILE 1972, una data storica per il giornalismo cattolico ( e non solo)

Di Angelo Scelzo

In testata la data era quella dell’otto aprile1972.Da soli quattro anni, dalle costole de “‘L’Avvenire d’Italia” e dell’”Italia” era nato Avvenire, il quotidiano cattolico nazionale, secondo una formula che, in quel tempo, valeva più che altro come auspicio. Tutto era avvenuto tra Milano e Bologna, attraverso una non facile e tantomeno scontata unificazione. Nella vita di un giornale ancora in fasce, c’era una evidente questione meridionale da affrontare e, possibilmente, risolvere. Senza spingersi nell’altra metà del Paese, all’incirca da Roma in giù, com’era possibile accreditare Avvenire di un’autentica vocazione nazionale?

La risposta venne quel giorno, per via di un primato tecnologico che il giornale dei cattolici riuscì a far suo e che ha segnato la strada, tuttora aperta, per tutti gli organi di stampa. Quel giorno, anzi quella sera, il quotidiano stampato in tipografia a Milano, nel giro di pochi minuti era già, in copia conforme, a circa 800 chilometri di distanza: a Pompei, dove nell’area del Santuario, sorgeva un’antica e ben attrezzata tipografia.  Si trattava a tutti gli effetti di una delle Opere di Bartolo Longo, destinata in modo specifico ai figli dei carcerati. Divenne, da quel momento, la seconda sede di stampa di Avvenire. A far da ponte la tecnica, allora pionieristica, della teletrasmissione che, per la prima volta in Italia, consentiva a un giornale – viaggiando sul vettore di un fascio di 64 circuiti telefonici- di essere riprodotto in fac simile e ristampato a migliaia di chilometri di distanza. A rileggere il ‘fondo’ dedicato all’evento di Angelo Narducci, lo storico direttore dell’epoca, l’impresa tecnologica fu tuttavia poca cosa rispetto ai tanti ostacoli frapposti da una burocrazia che, come sempre, si bendava gli occhi davanti al progresso. “Se un giorno si dovesse scrivere la cronaca delle vicende che hanno portato a creare a Pompei la nuova sede di stampa di Avvenire, commentava Narducci, si avrebbe uno ‘spaccato’ veramente significativo di tutte le difficoltà che invischiano, nella fase storica che stiamo vivendo, la società italiana nelle su strutture politiche e burocratiche, così come nella sua sensibilità ecclesiale”.

Ma la portata dell’obiettivo faceva passare in second’ordine anche gli intoppi ministeriali.  Viaggiando verso Sud, appena quattro anni dopo la nascita, il giornale sapeva bene di dover varcare non solo una barriera tecnologica, quanto, piuttosto, la frontiera geografica di una nuova identità. Avvenire diventava a tutti gli effetti il quotidiano cattolico nazionale, completando, sull’inedito percorso tecnologico, il progetto di Papa Paolo VI che aveva voluto dare alla Chiesa italiana, impegnata nel rinnovamento conciliare, un organo di informazione autorevole e moderno.

A sottolineare l’importanza dell’evento, e la continuità con l’originale progetto editoriale, fu lo stesso Papa Montini nel messaggio di auguri pubblicato l’11 aprile – esattamente 46 anni fa- nel quale si individuava in “Avvenire Sud” < l’esigenza e la vitalità del quotidiano cattolico italiano >.

Era evidente che nella difficile realtà del Mezzogiorno non scendeva in campo solo un giornale. Da una postazione così significativa come quella di Pompei, si manifestava in modo diretto anche l’impegno meridionalista di una chiesa non rassegnata di fronte alla realtà di un Paese a due velocità. I ritardi del Sud non restavano senza conseguenze sul piano pastorale e, tra l’altro, erano di ostacolo alla possibilità che la chiesa, sempre più protagonista anche nell’ambito sociale, riuscisse a parlare all’intero Paese. In modo specifico, il Mezzogiorno, scontava poi, proprio sul piano della comunicazione, un divario davvero pesante con il resto del paese. Descritto ripetutamente in quegli anni come una polveriera pronta ad esplodere, il Sud, in realtà, non aveva quasi voce per esprimersi. E, da parte sua, la stessa Chiesa si era trovata spesso sotto accusa proprio per qualche suo silenzio di troppo. La scelta meridionalista di Avvenire apriva campi che andavano ben oltre il semplice aspetto editoriale.

Fu per questo che intorno al giornale si sviluppò via via una mobilitazione sempre più convinta che vide in prima linea figure importanti dell’episcopato ( Ursi a Napoli, Baggio a Cagliari, Motolese a Taranto, Sorrentino a Potenza e poi a Reggio Calabria, Pappalardo a Palermo) e intere diocesi: non a caso molte di esse diedero avvio alle pagine settimanali diocesane, una formula nata a Pompei proprio nell’ambito di Avvenire Sud. L’opportunità di avere a disposizione uno strumento per la costruzione di un’opinione pubblica autonoma, realmente nazionale, non frutto di interventi esterni, ma prodotto della maturazione di energie culturali locali, fu colta appieno. Un fatto nuovo nella difficile realtà di quel tempo. Un fatto di chiesa per le dinamiche che la presenza di Avvenire riuscì a mettere in moto. La questione meridionale entrava sempre più nel cuore e nel vivo della comunità cristiana. Quarantasei anni dopo quell’otto aprile è un risultato aperto a ogni forma di verifica. E i silenzi, oggi, sono diventati cori possenti. Grida.

Angelo Scelzo

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