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IL GAY PRIDE A POMPEI

ngelo Scelzo

Era difficile pensare che il passaggio del gay-Pride a Pompei, non allungasse la scia di polemiche alimentata al momento stesso dell’annuncio. Pensare al Santuario della Vergine del Rosario, uno dei luoghi simbolo non solo nel Mezzogiorno e in Italia, ma nel mondo, della fede semplice eppure profonda del popolo del Rosario, attraversato da cortei di altro tono, rappresentava di per sé un segno di forte inquietudine. Il termine più corrente, e che veniva subito alle mente, era quello di provocazione, pur considerando che la scelta del luogo è affare che riguarda organismi ed enti locali civili, e che certo neppure la Prelatura di Pompei avrebbe potuto opporsi allo svolgimento della manifestazione.

Fissato in calendario, il raduno regionale di Pompei, si è riempito via via di un’attesa sempre crescente, con al centro l’elemento determinante di una sfida frontale, portata volutamente all’estremo e dalla quale, per gli organizzatori, si profilava la possibilità di poter trarre una qualche forma di significativo “riconoscimento”. L’intendimento era chiaro: “espugnare” Pompei, invadere un campo considerato ostile, ma proprio per questo esemplare per spingere a fondo una battaglia da esportare fin nel cuore, starei per dire nei “santuari”, dove la verifica dei valori si spinge oltre la soglia del politically correct o di una forma di neutrale accettazione. 

In questo senso, il gay – Pride a Pompei è franato da solo. Da solo ha innalzato davanti a sé quei ponti levatoi che, pur avvicinandolo fisicamente al Santuario, lo hanno tenuto lontano e distante, come parte di un mondo che rivendica per sé un rispetto – pur sempre legittimo – che non è in grado di assicurare e restituire a sua volta. “Rispetto” aveva chiesto la chiesa di Pompei, non solo dall’alto della sua storia di città di fede, di carità e cultura, ma alla luce della sua cronaca di giorni fatti, uno per uno, di solidarietà, di accoglienza, di bando a ogni forma di discriminazione. Su questo piano, nei confronti di tutti gli organismi civili, a partire dalla Casa comunale, ha quantomeno il privilegio del marchio di origine. È stato in tutti i sensi il Santuario la prima pietra della “Nuova Pompei”.

Anche nel suo paesaggio urbano la città di Bartolo Longo è come un racconto sempre vivo e aggiornato delle Opere del suo fondatore. Chi ha appena una qualche dimestichezza con questa storia, può capire cosa significhi rispetto, e quanto questa parola sia più eloquente di mille discorsi (e soprattutto di quelli – davvero fuori tono- che nei saluti, dopo tanto di patrocinio accordato, hanno omesso le radici dell’autentica vicenda di solidarietà e di accoglienza di Pompei). Chiedere, come ha fatto il vescovo- prelato mons. Tommaso Caputo, in una nota diffusa alla vigilia della manifestazione, “il rispetto delle convinzioni dei credetti” e formulare l’auspicio di “gesti e modalità adeguati alla natura della citta, rappresentava, allo stesso tempo, nel linguaggio di Pompei, il massimo della fiducia e il massimo dei timori perché la provocazione, pur temuta, prendesse concretamente corpo. Soprattutto se tutto questo faceva corona a due affermazioni di Papa Francesco nell’Amoris laetitia, sulla “necessità di evitare ogni marchio di ingiusta discriminazione” e sul chiarimento che ““La famiglia umana come immagine di Dio, uomo e donna, è una sola.”.

Il timore della provocazione si è infine concretizzato. Le modalità sono facili da immaginare. Ma non è mancata l’audacia, o il cattivo gusto, di spingersi ancora oltre varcando i confini del dileggio e dell’insulto. Lungo un percorso che, a un tratto, ha puntato diritto – non si sa con quale autorizzazione –  verso il Santuario, canti, cori e slogan blasfemi hanno accompagnato i passi di un corteo senza decenza, più sguaiato che pittoresco, tutto proteso verso forme di gratuita provocazione.

Una brutta pagina. Ancora peggio: un’occasione mancata, perché non può essere da questa strada che è possibile rivendicare diritti.

Angelo Scelzo

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