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I Papa boys&girls con smartphone e tablet nella “divisa” da pellegrino

Già da qualche giorno Roma è tutta loro, più che mai città aperta, in mano a una verde multinazionale di pace, con campo base a San Pietro ma punto d’approdo a Tor Vergata, la spianata alle porte della città, dove tra la veglia di sabato e la celebrazione di domenica vivranno, con il papa, il clou della grande festa. Sono i giovani della Gmg, contati quasi a ogni passo, perché è il milione l’unità di misura di questi happening della fede che da oltre 40 anni hanno affollato le più importanti piazze del mondo. Sarà l’edizione numero quindici, ma come evento giubilare ha un solo precedente, 25 anni fa, l’Anno Santo del passaggio del millennio, nel segno di papa Wojtyla. Inevitabile il confronto. E a spingerlo, quasi a cercarlo, sembra proprio questa nuova rappresentativa d’epoca, spigliata e disinvolta come non mai, visibilmente sicura di sé, con una nutrita flotta di stranieri, ma solo per passaporto, perché la Gmg è ormai la sigla di un solo popolo, diviso non da altro che dal flusso di generazioni.
Questa di venticinque anni dopo lo storico incontro con Wojtyla, il primo papa non italiano dopo secoli, racconta quasi per filo e per segno, ciò che è cambiato. Poco, all’apparenza se uno si ferma all’uniforme del pellegrino, under 20 o giù di lì, un guardaroba minimo di praticità e sfarzo di colori, il cappellino e lo zaino come primo documento di riconoscimento. Soprattutto quando sciamano in gruppo, sbucando da ogni angolo della città, l’immagine non è poi tanto dissimile da quella delle sentinelle del mattino che nel Duemila non lasciarono scoperto neppure un filo d’erba nel pratone di Tor Vergata.
Ma nello zaino, o anche nel taschino, i millennial della seconda tornata, ora hanno il loro mondo nuovo, affacciato dagli schermi di tablet e smartphone, i dispositivi dentro i quali, basta un touch, sono racchiuse, le leve – le app – per muoverlo quasi a comando. Se quello di un quarto di secolo fa, fu definito il “primo Giubileo dell’era telematica” – parole di Giovanni Paolo II – occorre ora pensare se non è troppo prudente limitare questo in corso al traguardo dell’intelligenza artificiale. La conversione digitale non ha avuto bisogno di cercare proseliti. Li ha fatti e basta e il risultato, un po’ inatteso, almeno nella scansione dei tempi, è stato quello di un radicale cambio d’epoca, una vera e propria rivoluzione. Uno dei primi a parlarne è stato Papa Francesco. E seppure non nella Giornata Mondiale di Tor Vergata, il Giubileo 2025 consacrerà all’altare due giovani che la chiesa propone come testimoni del tempo nuovo: Pier Giorgio Frassati, l’apostolo dei poveri, morto a 24 anni e l’influencer di Dio, Carlo Acutis, il primo santo millennial, fulminato dalla leucemia a soli 15 anni.
Non è solo questo l’elemento di una congiunzione che tra Chiesa e giovani stavolta appare tempestivo, oltre che fondato. S’è vista la padronanza con la quale il popolo dei “devoti” dei social e tutti gli abitatori del web, si sono mossi in questi giorni a Roma e particolarmente nel perimetro di parrocchie, associazioni e organismi vari di una chiesa data sempre in affanno di fronte al nuovo. In molti casi anche i sacerdoti hanno fatto da battistrada, e nessuno si è meravigliato quando a quest’avamposto del web è stata dedicata perfino una Giornata giubilare. Non va tuttavia trascurato che la forte attenzione verso le nuove tecnologie riguarda anche i rischi: come quello, richiamato ieri dal papa all’udienza generale, di “una società che si sta ammalando di una bulimia delle connessioni dei social media” e che fa talvolta fa nascere, per reazione, “il desiderio di spegnere tutto”.
Si può mettere il punto, a tutto questo, e prendere semplicemente atto di una chiesa che, pur senza nascondersi le difficoltà, una volta tanto, non ha perso il treno dell’aggiornamento o del progresso. Ma non basta. Perché questo ritorno a Tor Vergata, partendo proprio dalla convergenza digitale, sembra segnare il punto di una nuova sintonia non solo nel campo delle nuove tecnologie. L’esercito di giovani che ha festosamente occupato Roma in questi giorni è tutt’altro che una rappresentazione virtuale. Niente è più concreto degli spazi e dei luoghi che vanno ad occupare. E proprio grazie al contributo dei new media, niente è anche più visibile, fino a comporre i termini di un messaggio che di fronte alle tristi condizioni del mondo d’oggi, dilaniato da due guerre, non può che parlare il linguaggio della riconciliazione. Con un fuori programma, dopo la celebrazione inaugurale martedì pomeriggio, Leone XIV ha salutato i giovani in piazza San Pietro intonando lui per primo cori e invocazioni alla pace. Un segno, non irrilevante, dell’attesa e anche delle aspettative del papa. Attraverso i giovani radunati, come 25 anni fa, da ogni angolo della terra, e anche dai paesi in conflitto, Roma diventa così il naturale contraltare, l’altra faccia, di una realtà sempre più cupa e amara. Per il momento in cui avviene, questo raduno non può essere solo un grande happening, seppure nel segno della fede. E tantomeno la festosa ed edificante raccolta di belle immagini: l’entusiasmo e il sorriso aperto dei giovani, la selva di bandiere e colori, la distesa di moltitudini di folla. Non una rappresentazione, ma il passo verso una realtà, questa sì, da convertire a ogni costo. Il modo in cui la Chiesa, e Papa Leone, hanno intrapreso questa strada – impervia e difficile – suscita speranze non proprio infondate. L’obiettivo, anche di fronte a un mega-raduno come quello di Tor Vergata, non è semplicemente quello di prendere – o riprendere – la scena e recuperare magari il terreno perduto, ma dare forza e voce a chi sembra ora relegato nelle retrovie della storia. Nessun capitolo può essere chiuso quando è in gioco è il futuro. A suo modo la spianata di Tor Vergata può essere il grande tavolo per sviluppare e dare nuovo impulso a reali prospettive di pace. La speranza non è altra.

Angelo Scelzo

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