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Mettendo in campo il Vangelo, e predicandolo dal vivo ai quattro angoli della terra, Giovanni Paolo II ha finito per assumere anche un grande ruolo politico.
Angelo Scelzo
Un santo, ma anche un grande protagonista della storia del Novecento: sei anni dalla morte potrebbero sembrare pochi per dar conto di queste due affermazioni. Ma si parla di Giovanni Paolo II e di 27 anni di pontificato; e allora tutto torna, perché occorre mettere da parte l’ordinarietà, una categoria del tutto estranea sia al Papa “venuto da lontano” sia ai tempi che ne hanno segnato l’opera.
In che modo, e soprattutto in quale misura, l’uomo e i tempi si siano influenzati a vicenda e’ uno dei quesiti che resteranno forse irrisolti ancora per molto. Un fatto appare assodato: con Giovanni Paolo II il papato e’ ritornato in maniera imperiosa sulla scena del mondo. Non che prima ne fosse estromesso, ma, certo, la presenza di Wojtyla ha segnato in lungo e in largo il corso di ogni vicenda, fino, talvolta, a determinarle. Tutta la Chiesa ha avuto un passo diverso e, il dopo-Concilio ha potuto vivere, in un certo senso, un’altra stagione, anche perché, di fronte, si prospettava l’altro grande
Appuntamento del Grande Giubileo dell’anno duemila, punto di passaggio non solo del secolo ma del millennio. Giovanni Paolo II è arrivato a questo traguardo con le forze già esauste, ma il coraggio con il quale ha affrontato le proprie sofferenze fisiche, è stato non solo uno degli elementi più significativi del pontificato, bensì il punto forte di una missione pastorale tutta centrata nella nuova evangelizzazione. Il Vangelo è stato, infatti, la sua guida e la sua bussola anche quando si trattava di attraversare i campi minati di sistemi politici anti- umani come il nazismo e il comunismo. La sua storia personale porta i segni e i patimenti di entrambi i totalitarismi, combattuti su un terreno a prima vista perfino velleitario: quello dell’amore cristiano, della mano tesa che arriva fino al nemico, riconosciuto prima di tutto come uomo. Quel ” mai alla guerra ” gridato dalla finestra di piazza San PIetro, per fermare il conflitto nel Golfo, ha fatto in modo che Papa Wojtyla venisse annoverato tra le schiere dei “pacifisti”: di fronte alle libertà calpestate e all’ignominia perpetrate contro l’umanità, il grido del giovane prete, e poi del vescovo- prima di Cracovia e poi di Roma, una volta eletto al soglio pontificio – e’ scaturito sempre dal cuore del Vangelo e ha chiamato in causa il ruolo delle religioni. L’incontro di Assisi, del quale quest’anno ricorrono i 25 anni, accanto al valore ecumenico, può essere ricordato come uno straordinario richiamo proprio alle responsabilità, oltre che alle possibilità di ogni singola confessione riguardo alla convivenza pacifica tra i popoli.
Mettendo in campo il Vangelo, e predicandolo dal vivo ai quattro angoli della terra, Giovanni Paolo II ha finito per assumere anche un grande ruolo politico. In realtà il versante politico si è
manifestato, in Wojtyla, come naturale conseguenza della sua incessante e appassionata predicazione sull’uomo e sui valori che egli esprime, a cominciare dalla dignità ‘ della persona, dal suo naturale anelito alla libertà, non ultima quella religiosa.
E’ del tutto evidente che, attraverso il suo intensissimo magistero – tanto da essere indicato come il “parroco del mondo “- Giovanni Paolo II è riuscito a mettere le mani nella storia ordinaria dell’umanità. Soprattutto, però gli è riuscito di mettere il cuore; anche negli eventi in cui la radice politica sembrava assoluta.
Il pensiero corre, naturalmente, alla caduta del Muro di Berlino. Per molto tempo, e ancora oggi, si è continuato parlare del ruolo decisivo di Wojtyla. Ma di fronte a una tale interpretazione, c’e da tener conto dell’obiezione dello stesso Papa che ha attribuito quello storico evento a un “errore” insito nella natura del comunismo.
Nella sua visione, il muro è infine crollato per la sua fragilità, per una sua naturale inconsistenza di fronte alla storia.
Sei anni dalla morte sono davvero pochi per una valutazione, anche in questo campo, più complessiva e meditata dell’opera di Giovanni Paolo II. Un primo contributo importante è venuto dal recente libro, <Papa Wojtyla. La biografia>, dello storico Andrea Riccardi.
C’e’ tuttavia ancora molta strada da fare, tenendo conto del fatto che il personaggio-Wojtyla è stato, a suo modo, straripante. Tra le tante definizioni (non sempre tutte appropriate), una delle più utilizzate è stata quella di “grande comunicatore”. Il suo pontificato, in effetti, ha accompagnato lo straordinario sviluppo delle nuove tecnologie – alle quali ha dedicato uno dei suoi ultimissimi documenti, “Il rapido sviluppo”- ma anche in questo caso occorrerebbe vedere in che misura ha contribuito alla stessa evoluzione dei media, il suo stesso pontificato. Ciò che si può dire è che certamente ha dato una spinta alla vera e propria svolta che si e’ avuta nel settore dell’informazione religiosa. La vita e il modo di lavorare dei “vaticanisti” si e’ totalmente modificato nel giro d pochi anni, portando così a compimento un processo iniziato con il Concilio Vaticano II.
Già in quegli anni, Wojtyla ha cominciato ad affacciarsi sul proscenio dei grandi eventi ecclesiali. Ha vissuto da grande e assoluto protagonista, invece, gli anni di preparazione e poi la celebrazione del Grande Giubileo dell’Anno duemila. Con quel grande evento Giovanni Paolo II ha accompagnato la Chiesa fin sulla soglia, e un po’ oltre, del nuovo millennio.
Si era affacciato dalla Loggia di San Pietro, dopo il conclave per la morte di Giovanni Paolo I, come un Papa ricco di energie, e portatore di grandi speranze per la chiesa e il mondo. Si è congedato dalla finestra dell’Angelus, nel commovente e vano tentativo di pronunciare una parola di addio. Ha speso tutto se stesso per la Chiesa e per il mondo. E ha così lasciate intatte, e anzi più forti, le speranze che il suo pontificato aveva, fin dal primo momento, suscitato.
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