Di Angelo Scelzo
Poco manca, con i difficili tempi che corrono e la brutta aria che tira, che parlare del Mezzogiorno d’Italia venga preso come una provocazione bella e buona. Più che a un tema da rimettere in corso sembra di essere di fronte a una condanna già passata in giudicato e sulla quale non conviene sprecare altre risorse. E di nessun tipo, poiché le cifre, il clima sociale, la progressiva decomposizione di un’emergenza troppe volte sopravvissuta a se stessa, portano a considerare come inattuale e privo di senso ogni ulteriore tentativo di riportare il Sud al centro di un reale e concreto interesse generale. C’è anche poco da illudersi, in partenza, che l’accoglienza possa cambiare, se è la Chiesa a scendere in campo, dal momento che il muro della diffidenza e’ alto di per se’, e si erige in maniera implacabile contro chi tenti una qualche uscita fuori dal coro di un’economia resa sempre più severa e arcigna dai suoi stessi fallimenti. Appare anzi realistico mettere in conto perfino una certa dose di insofferenza, di fronte a un’iniziativa che, ancora una volta, viene a richiamare che il problema del Sud non è solo una questione di cifre e di bilanci e che semmai, se è di questo che si tratta, si è di fronte a una colossale ingiustizia alla quale l’intero paese – anche per salvare se stesso – non può continuare a disinteressarsi.
La chiesa che rimette in prima linea il problema Mezzogiorno è una notizia del momento, ma con una lunga storia alle spalle. La notizia riporta a Napoli, dove per due giorni – l’otto e il nove febbraio – si riuniranno, su iniziativa della diocesi partenopea, le chiese delle sei regioni meridionali (Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna). Non si tratterà, neppure tecnicamente, di un convegno, ma una volta tanto di un punto di arrivo, con al centro un tema concreto: “Chiesa e lavoro: quale futuro per i giovani del Sud? “che permetterà di illustrare e di porre in relazione tra loro, iniziative e progetti già in corso nelle varie diocesi e tutte orientate allo sviluppo e all’occupazione, i due pilastri tuttora malfermi della realtà meridionale.
Fare il punto di fatti già in corso è un passo avanti rispetto alla prospettiva di elaborare nuove analisi sul corpo già largamente sezionato di una parte considerevole del Paese. Non che lo studio attento, la capacità di cogliere a fondo i segni del cambiamento e lo stesso aggiornamenti dei dati siano elementi da mettere da parte, ma è certo che la realtà complessiva segnala al di sopra di tutto l’urgenza di interventi mirati e non evanescenti. Suonano a distesa ormai da tempo, per il Mezzogiorno, le sirene di un allarme il cui primo rischio è quello dell’assuefazione a uno stato perenne di pronto soccorso sociale, con tutti i comparti alla deriva: il lavoro che non c’è, la disoccupazione alle stelle- in Calabria e Sicilia, per i giovani si raggiungono punte del 40 per cento- , la rete di servizi smagliata da ogni parte – con la sanità in prima linea – e la malavita che spadroneggia e ingrassa, nello scenario di un territorio di suggestiva bellezza ma devastato dallo sfruttamento e sfregiato dall’incuria e dagli interessi di pochi. Non è possibile accostarsi alla vastità di questi drammi senza dover pensare alla necessità di “far presto “per una risposta all’oggi, e , allo stesso tempo, evitare di considerare il segno della costante condivisione che la chiesa ha saputo innestare nella storia, pur tormentata, del Mezzogiorno. In questo senso Napoli, con i segni ancora rintracciabili dell’antica capitale, rappresenta l’emblema di tutto; del vecchio e del nuovo, oltre che delle mille contraddizioni di un’area che non trova pace e continua a rincorrere speranze spesso inafferrabili. Proprio da Napoli, occorre però aggiungere, ha preso avvio l’impegno sistematico che dal dopoguerra a oggi ha accompagnato riflessioni e iniziative della chiesa del sud sull’antica “questione meridionale”. Caposaldo fondamentale fu la “Lettera collettiva dell’episcopato meridionale sui problemi del mezzogiorno, pubblicata nel 48 – lo stesso anno della carta costituzionale italiana- preparata sulla spinta dalla Settimana sociale dei cattolici che si era svolta a Napoli l’anno precedente. Quel documento, sottoscritto da 73 vescovi dell’Italia meridionale continentale, due prelati, tre abati, redatto dall’arcivescovo di Reggio Calabria Antonio Lanza, rappresentò anch’esso un fatto costitutivo dal momento che apri il campo alla lunga serie di interventi, dottrinali e sociali, della chiesa di fronte al problema – Mezzogiorno, diventato, col tempo – e sempre più -problema non solo territoriale. Fu tale consapevolezza a spingere la chiesa italiana, nel 1989, a porre a capo del suo documento (“Sviluppo nella solidarietà: Chiesa italiana e Mezzogiorno”) l’affermazione che “il Paese non crescerà’ se non insieme”.
Era stata forte, in quegli anni la spinta del magistero di Giovanni Paolo II, più volte pellegrino nelle terre del mezzogiorno, e grazie al quale la questione meridionale, al centro anche della ‘visite ad Limina’ dei diversi episcopati, assunse una precisa rilevanza ecclesiologica. Anche nel documento dell’89 è riconoscibile la radice di Reggio Calabria, sede un anno prima del Congresso Eucaristico nazionale in preparazione al quale il Consiglio permanente della Cei mise allo studio il documento sul Mezzogiorno. Venti anni dopo, nel febbraio del 2009, Napoli riattualizzo’ , con un incontro delle chiese meridionali, i temi essenziali emersi da quel documento. . E’ ancora la chiesa di Napoli, con il suo generoso Pastore, il cardinale Sepe, a riprendere ora il filo di discorsi mai interrotti. Ma certo da aggiornare di fronte alle nuove e più aspre sfide di tempi che cambiano.
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