ANGELO SCELZO Assisi non è mai un ricordo. Esistono date che la riguardano ma non per mettere punti alla storia, perché anch’essa da Assisi prende semmai il volo, e va per il mondo a raccontare di un luogo che è piuttosto un monumento innalzato al futuro e alla speranza. Così è stato per quel 27 ottobre del 1986 che aprì, sul terreno audace dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso, un nuovo cammino alla pace. Il Muro di Berlino era ancora in piedi, e tre anni prima della caduta non dava segni di cedimento. La “guerra fredda” continuava a tenere banco. Ed ecco a un tratto la grande intuizione di Giovanni Paolo II, le religioni convocate per “una preghiera per la pace” nella terra di Francesco. Trent’anni dopo sono ancora attuali le domande di sempre: come nacque? Quale fu la genesi di un evento che prima di suscitare entusiasmo, destò sorpresa e scalpore? «La prima traccia – spiega il cardinale Roger Etchegaray, già presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace – fu il passaggio di un discorso di Giovanni Paolo II, pronunciato nel gennaio di quell’anno. La Santa Sede, affermava il Papa, desidera contribuire a suscitare un movimento mondiale di preghiera per la pace che, oltrepassando i confini delle singole nazioni e coinvolgendo i credenti di tutte le religioni, giunga ad abbracciare il mondo intero». Per riprendere quell’antico filo, il porporato, messaggero delle “missioni impossibili” che Wojtyla inviava per il mondo, rovista tra le carte, dopo che la copiosa documentazione con la scritta “Assisi”, viene estratta da uno scaffale che tappezza per intero le pareti di uno studio dove ancora lavora. Novantaquattro anni e una scrivania sempre ingombra, libri, ritagli di giornali, opuscoli, finanche gli appunti per un nuovo libro: di Assisi Etchegaray è quantomeno un grande testimone. Protagonista è un termine che respinge, ma l’obiezione è solo sua. Le carte, ma anche i ricordi. Faticosi, ma lucidi, a cominciare dalle lacrime che vide sul volto dei capi delle Chiese cristiane mentre si scambiavano, come non l’avevano mai fatto prima, il segno di pace; e quelle che si sorprese a veder scorrere sul proprio quando il podio dei saluti, alla fine, fu allegramente invaso da giovani di ogni razza e religione. E poi quell’arcobaleno che, inarcandosi in cielo, fece di Assisi «la più bella arca di pace mai apparsa sulla terra». Emozioni che venivano da lontano. «Quell’invito del Papa non poteva restare senza risposta. Il mio dicastero, Giustizia e pace, era chiamato in causa in maniera diretta. Il nostro impegno era assiduo, si lavorava concretamente per un clima di maggiore distensione nel mondo. Ma avvertivamo che mancava il “colpo d’ala”, la spinta di una “profezia” capace di proiettare “oltre” anche il nostro lavoro ordinario. Ecco allora l’intuizione, anzi il genio tutto “wojtyliano” di Assisi. Assisi fu tutta sua, testa e cuore: la pace come orizzonte ma anche come fatica comune delle religioni. Il Papa aveva già tutto in mente. Anche le obiezioni, che infatti si manifestarono subito, puntando sul sincretismo. Era innanzitutto la novità che spaventava. E un po’ tutti, anche nel mondo cattolico, ma non certo Giovanni Paolo II che fece di tutto per sgombrare il terreno da ogni equivoco. In realtà, come ha poi dimostrato la visita di papa Bene- detto in occasione della ricorrenza dei 25 anni e tanto più ora la presenza di papa Francesco per i 30, quando la pace cerca un approdo, la bussola è sempre orientata sul Monte Subasio. Come non ricordare in questo senso anche gli incontri del gennaio ’93 per la pace nei Balcani e il ritorno di papa Giovanni II nell’anno successivo dell’attentato alle Torri Gemelle?». Eppure lo “spirito di Assisi”, anche come espressione, non ha avuto vita facile… «È vero, ma bisogna dare atto alla Comunità di Sant’Egidio di aver ripreso e rilanciato per il mondo la grande intuizione di Giovanni Paolo II. La presenza di Papa Francesco è ora come un sigillo che mette fine a ogni diversa valutazione ». La “Giornata di preghiera per la pace” Etchegaray l’ha vista non solo nascere, ma l’ha accompagnata per mano lungo tutto il cammino. In una cartella del “dossier Assisi”, un foglio ingiallito riporta gli appunti della relazionebase con la quale il cardinale metteva a punto, davanti al Papa, il progetto della “Journée de prière d’Assise”. La prima parte dedicata ai contenuti, poi i capitoli riguardanti i rapporti con le Chiese locali, le attese, la partecipazione, l’importanza dei media. E su tutte la preoccupazione di evitare che potesse trattarsi di un fatto “monolitico e spettacolare”. Si metteva mano alla storia del mondo e della chiesa. Tra la fine del Concilio e l’orizzonte che si approssimava del Grande Giubileo del millennio, Assisi si poneva come uno dei grandi eventi di un pontificato il cui asse portante era proprio nel rapporto Chiesa-mondo. Il cardinale di Espelette, un francese basco che il Papa aveva chiamato dalla arcidiocesi di Marsiglia, era l’inviato pontificio permanente ai quattro angoli della terra, dovunque un punto di crisi chiamasse la Chiesa a un impegno supplementare sulla via della pace. Assisi era in tutti i sensi la sintesi più significativa del magistero di Giovanni Paolo II. Il suo grande atto di coraggio. «Era commovente vedere come il Papa preparasse e si preparasse a quell’evento. Fu per me l’occasione di una più assidua frequentazione con Giovanni Paolo II; e di ciò mi sento ancora oggi edificato. Si vedeva dai primi incontri preparatori che di Assisi aveva già tutto in mente. Ricordo che sul terreno c’era la proposta di un “Concilio mondiale della pace” avanzata dal fisico von Weizsacker, fratello dell’allora presidente della Germania occidentale, e l’impulso che veniva anche dall’Anno internazionale della pace proclamato dalla Nazioni Unite. Ma Assisi prese subito la sua grande strada di un grande evento ecclesiale che parlava al mondo con la lingua nuova di una Chiesa uscita rinnovata dal Concilio». Tra i fogli sparsi, nel disordine creativo che ancora lo impegna a trovare il posto giusto alle carte e ai documenti di una lunga vita di Chiesa vissuta in una prima linea permanente, emergono, come frammenti di storia, brani degli interventi, sul tema Assisi, del gruppo di lavoro che affiancò più da vicino il Papa. E la parola passa da Etchegaray a Casaroli, allora segretario di Stato, da Opilio Rossi a Willebrands, e agli esponenti più direttamente impegnati sulla difficile via dei rapporti ecumenici e del dialogo interreligioso. Nomi e personaggi di un’altra stagione di Chiesa. Viene naturale lo sguardo al passato. Ma a distoglierlo è ancora questo cardinale ultranovantenne, al quale il solo nome di Assisi, fa ancora brillare gli occhi, più che la memoria. «Assisi significa pace. Dopo averla così a lungo servita, mi rendo conto che la pace è da fare in tempo di… pace più ancora che in tempo di guerra. Mai come oggi, infatti, la guerra si è installata nella pace. La violenza si intrufola dovunque al punto da rendere la pace bellicosa. Dopo le grandi guerre, le “vere”, ecco sorgere la mondializzazione del terrorismo. Per dire addio alla guerra, non basta dire buongiorno alla pace! C’è un’arte della pace. Vi è una scienza della pace. Ecco perché la Chiesa dispiega un’onnipresenza attiva a livello diplomatico». Il vecchio cardinale, antico tessitore di pace, è abituato a guardare avanti e non sarà il peso degli anni a farlo desistere. «Il passato non si rimira. Occorre sempre trovare il modo per farlo rivivere, per rinnovarne il senso, poiché nessun grande evento – se è davvero tale – finisce una volta per sempre. A rinnovarlo, a dargli nuova vita, sarà ora la presenza di un altro Papa, Francesco. Lui che ritorna nella terra del Santo è già un grande fatto di fede. Ma ritorna per fare in modo che le religioni riprendano insieme il filo di un dialogo sempre più necessario e vitale per il mondo. Dalla “guerra fredda” di trent’anni fa, alla guerra combattuta a “pezzi” della quale papa Bergoglio ha parlato in tante occasioni. La pace, da tutti i sentieri, riporta sempre ad Assisi. È nella casa di Francesco che continua incessante a cercare riparo. Quanto a me, sento di rendere grazie a Dio per il privilegio di poter vedere che Assisi compie ancora un’altra tappa. E fa compiere alla pace un altro passo in avanti». © RIPRODUZIONE RISERVATA « |
L’allestimento dell’area accanto a San Francesco che accoglierà alcuni eventi dell’incontro di Assisi (foto Berti). Sopra, Etchegaray con Francesco
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