Angelo Scelzo
Esistono diversi modi per indignasi (altro non si può) di fronte a ciò che è accaduto a Pompei: il più facile e scontato è quello di prendere il crollo come l’ennesima metafora da addossare sul conto del Mezzogiorno, dove tutto crolla, anzi dove tutto è un crollo, e dove a stento si regge in piedi, fin che può, la speranza.
Siamo nella terra dove solo l’emergenza – di tutti i tipi, dai disastri ambientali a quelli umani dei quali il dramma rifiuti è paradigma impareggiabile – può forse contare su un tetto sicuro, tant’è che, fatte salve alcune aree protette, l’intero meridione viene spesso rappresentato come una <Pompei a cielo aperto > senza neppure il vincolo- ahinoi molto virtuale – della salvaguardia archeologica: più rovine che scavi, più incuria, ignavia e manomissioni di ogni genere, che attenzione e rispetto a un bacino di arte e valori nel quale la storia si è trovata a suo agio, ma non così la cronaca che continua ad arrancare a ogni passo e a mostrare affanni sempre maggiori.
Per quanto sommaria, questo di tipo di analisi trova sul territorio riscontri ineccepibili e perfino plateali.
È tempo, però, di cambiare registro e provare ad abbandonare, di fronte a un evento di così forte impatto emotivo, le antiche strade lastricate di vittimismo da una parte, e dall’ insopportabile florilegio di luoghi comuni dall’altra. Il patrimonio archeologico, allo stesso modo di tutto il comparto della tutela artistica e culturale del Paese, è insidiato dai suoi molti nemici in ogni parte del territorio. La prospettiva dello sfascio non è lontana, e a renderla più minacciosa ecco arrivare l’elemento aggiuntivo della crisi economica. Parlare di colpo di grazia significherebbe, in qualche modo, assolvere d’un colpo le inefficienze e i ritardi di una gestione corrente deficitaria su larga scala. Ma certo il blocco dei finanziamenti ha come posto il sigillo su uno stato di effettiva e irrisolvibile marginalità rispetto alle speranze di chi si ostina a considerare un tale patrimonio come una risorsa decisiva per il Paese. I proclami sono una cosa, la realtà tutt’altra, se si considera che è pure capitato che fondi già assegnati abbiano preso altre strade. Non c’era davvero bisogno del crollo di Pompei per segnalare l’urgenza di un serio e concreto piano di recupero e salvaguardia, su larga scala, del vastissimo giacimento artistico, culturale e ambientale che fa dell’Italia un paese unico, seppure esposto – come in questa occasione- a umiliazioni cocenti.
Senza manutenzione, senza cura, senza interventi segnalati necessari da più parti e urgenti nei diversi comparti – anche l’allarme per la stessa Domus dei Gladiatori era vivo da anni -, perfino le semplici infiltrazioni di acqua arrivano a provocare danni irreparabili. E la pioggia, si sa, non riesce a fare differenze tra patrimoni d’arte e siti di più ordinario valore; così pure l’insidia del tempo che non guarda in faccia al prestigio e allo splendore dei monumenti, ma scava senza riguardo tra le crepe e le rughe, fino a fiaccarne impietosamente ogni resistenza. Agli elementi naturali, spesso non riesce, prima di tutto, la distinzione dei luoghi nei quali può giocarsi una partita tra la vita e la morte.
La realtà è che il degrado degli scavi di Pompei, impietosamente segnalato da panorami di transenne che si ergono come insostituibili monumenti alla precarietà, già prima del crollo della Domus dei Gladiatori rappresentava uno scandalo di dimensione internazionale: un commissario dopo l’altro- a sostituire ora un sovrintendente, ora un manager, fino all’immancabile <affidamento> alla Protezione civile- e una serie di leggi e norme speciali, non sono servite a tenere lontano uno stato di crisi permanente. E dire che solo il ricavo dei biglietti di ingresso porta circa 30 milioni di euro nelle casse della soprintendenza: insieme al Colosseo, gli Scavi sono il sito turistico più visitato in assoluto nel nostro Paese. E il motivo c’è: non esiste al mondo un complesso che possa reggere il confronto – come documento e reperto storico dal vivo – di una zona archeologica tanto vasta e ben conservata: l’eruzione del Vesuvio, nel 79 dopo Cristo, fermò il tempo come in una drammatica istantanea per la storia. Osservando, pochi passi più avanti, accanto al Santuario della Vergine del Rosario, l’estensione della <Nuova Pompei>, fondata da una valle deserta e desolata, alla fine dell’ottocento, dal Beato Bartolo Longo, si può leggere, nel tessuto delle due città, il segno e la vocazione di una vitalità perpetua. Ma di fronte agli scempi di oggi, verrebbe da dire: l’eruzione passa. E’ un momento di collera della natura, contro il quale l’uomo, per quello che può, ha imparato a difendersi e a prendere le contromisure. Anche ai danni dei terremoti e dei bombardamenti degli Alleati nel ‘43, è stato possibile porre riparo. Contro l’incuria resta invece poco da fare: è un male che uccide in maniera silenziosa, giorno per giorno. Erode e ruba la vita a monumenti, ma anche a uomini, senza che nessuno se ne accorga. Basta talvolta una semplice pioggia…
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